Itanglese

Italia, la ministra Bongiorno denuncia il troppo itanglese nella pubblica amministrazione

Giulia Bongiorno, titolare del Ministero per la Pubblica Amministrazione del governo italiano, ha scritto una lettera aperta per segnalare la presenza eccessiva di termini inglesi all’interno del linguaggio amministrativo. Vi proponiamo il testo integrale della lettera, pubblicata oggi:



Nei primi giorni da Ministro mi sono stati sottoposti alcuni fascicoli — definiti dossier – dai quali emergeva che i problemi più urgenti da affrontare erano: 1) il blocco del turnover; 2) l’inadeguata valutazione della performance dei dirigenti; 3) il digital divide; 4) la scarsa applicazione (…) dello smart worlcing; 4) l’uso improprio del badge per entrare nel luogo di lavoro. Per affrontarli avrei dovuto partecipare a numerosi meeting; inoltre, mi si rendeva noto che il budget a mia disposizione era – purtroppo – limitato.

Amo l’inglese e lo sto faticosamente studiando ancora adesso; mio figlio frequenta una scuola bilingue. Eppure credo sia sbagliato, e fuorviante, accettare questa sostituzione della lingua italiana; parlo di sostituzione perché l’uso reiterato delle parole inglese fa sì che a volte il corrispettivo italiano si perda. Dunque dico basta, con forza, a questo ibrido che forse vorrebbe far sembrare l’italiano più moderno, ma in realtà lo sta svilendo.

L’italiano è un bene che appartiene a tutti noi, un patrimonio di cultura e bellezza che ci identifica e ci caratterizza: andrebbe protetto, esercitato e tutelato. Perché noi italiani siamo così affascinati dall’inglese, e così propensi a servircene anche quando potremmo esprimere lo stesso concetto nella nostra lingua altrettanto – se non più – efficacemente? Sudditanza psicologica? Effetti della globalizzazione? Provincialismo? Il tema è interessante, perché porta a interrogarsi su una serie di questioni legate alla nostra identità: viene da chiedersi, per esempio, come mai spagnoli e francesi siano molto meno inclini a lasciarsi “colonizzare”; in questo siamo più simili ai tedeschi, la cui lingua però – se non altro – appartiene allo stesso ceppo dell’inglese.

La ministra prosegue poi parlando di anglicismi “inevitabili” e di necessità di esprimere concetti presi dalla cultura angloamericana in inglese, perché tradurli sarebbe una “forzatura”.

Sono consapevole che le lingue sono organismi vivi e che in quanto tali si modificano per accogliere nuovi fenomeni sociali e culturali, invenzioni, scoperte – perfino nuovi sentimenti e nuove emozioni; le contaminazioni tra una lingua e l’altra, poi, sono inarrestabili in un mondo sempre più globalizzato. Non invoco dunque una fissità refrattaria a ogni sollecitazione esterna, ma una riflessione sul rischio di dimenticare le parole della nostra lingua, impoverendola, e di rendere più difficile la comunicazione. Senza cadere nell’eccesso opposto, quello che porta i francesi a rifiutarsi testardamente di dire computer – al quale oppongono fieri il gallico ordinateur -, dovremmo riconsiderare il nostro rapporto con l’inglese. Potremmo, per cominciare, studiarlo meglio (nel 2016, l’Italia era ventunesima su ventisei Paesi europei per conoscenza dell’inglese).

In alcuni ambiti – comunicazione, economia, informatica – il ricorso ai termini inglesi è inevitabile per il semplice fatto che non esistono equivalenti italiani accettabili. Alcune parole, poi, fanno ormai parte dell’italiano perché esprimono un concetto in maniera più precisa, completa, sintetica ed elegante, o semplicemente perché il concetto corrispondente appartiene alla cultura angloamericana e non alla nostra: pretendere di tradurli sarebbe una forzatura.

Presa di opinione opinabile, perché potenzialmente qualsiasi parola può essere resa in un’altra lingua. Pensiamo alle palomas de mais (pop corn in spagnolo), al Black Friday che in Quebec diventa Vendredi Fou e così via. E inoltre bisognerebbe forse porsi la domanda del perché alcuni termini oggi non hanno in italiano un equivalente “accettabile”. Se in francese il computer si dice ordinateur, il mouse souris, la password, mot de passe, che in spagnolo sono rispettivamente computadora, raton e contraseña, per quale motivo l’italiano non avrebbe potuto (potuto) trovare dei corrispettivi? Non è questione di “opporre fieri” le proprie parole, ma di rendere i concetti con parole proprie, anche quelli tecnologici. E del, resto, in Italia non si printa con la printer e non si scaldano i cibi nel forno a microwaves. Ma proseguiamo nella lettura della lettera…

Detto questo, ogni volta che si può bisognerebbe servirsi dell’italiano. Anche per evitare fraintendimenti. Faccio un esempio: nel 2009 è stata approvata la legge sugli atti persecutori; nemmeno il tempo di approvarla ed è stata ribattezzata “legge sullo stalking”. Si è giunti al paradosso che, se oggi si chiede un parere riguardo alla legge sugli atti persecutori, molti non sanno nemmeno di che cosa si tratti!

In particolare da quando mi occupo di digitalizzazione all’interno della Pubblica Amministrazione, mi imbatto di continuo in termini ed espressioni inglesi che complicano ulteriormente un processo di per sé piuttosto complicato, accrescendo la diffidenza quando non addirittura l’ostilità – del pubblico: digital by default, once only, cybersecurity, big data.

Perché il processo di digitalizzazione vada a buon fine, è essenziale che la digitalizzazione sia percepita come qualcosa che ha a che fare direttamente con noi, con la nostra quotidianità, e che renderà la nostra vita più semplice. Questa percezione passa anche, se non innanzitutto, attraverso l’uso di espressioni immediatamente comprensibili al cittadino: ecco perché è fondamentale, ogni volta che è possibile, usare le parole italiane per nominare concetti, attività e strumenti.

Usare le parole italiane è importante: possedere le parole ci permette di possedere i pensieri e le azioni a cui quelle parole rinviano. E più significati possediamo, più diventa facile esprimersi con proprietà e precisione. Se contesto l’abuso dell`inglese, non è dunque per principio: la mia preoccupazione, più che fondata, è che privilegiare i vocaboli inglesi quando se ne può fare a meno ostacoli la comunicazione e la comprensione. Dal momento che è innanzitutto tra di noi che dobbiamo parlare, e capirci, sono convinta che dovremmo riappropriarci il prima possibile di termini come riunione, prestazione, fascicoli, scadenza ecc.

Spero in un vostro feedback positivo. Naturalmente asap.

Conclusione simpatica per una lettera che senz’altro segna un punto importante verso la presa di coscienza di un problema linguistico. Un problema, anzitutto, di comprensione e trasparenza. Se il viceministro Di Maio parla di placement dei disoccupati tramite un navigator, fa piacere che il ministero della pubblica amministrazione si renda conto invece della necessità di un linguaggio chiaro verso dipendenti e cittadini. Un altro piccolo passo che, insieme alla consulenza chiesta dal Ministero dei Trasporti all’Accademia della Crusca e alla pubblicazione dei termini europei ufficiali in lingua italiana da parte del ministero guidato da Paolo Savona, fa ben sperare in un cambio di rotta.