Il fenomeno in italiano

L’influenza dell’inglese e la presenza di anglicismi nelle altre lingue è un fenomeno globale. Esaminiamo più da vicino il fenomeno degli anglicismi nella nostra lingua, l’italiano, prima di fare un confronto con ciò che accade altrove.

Quantità e rapidità

I forestierismi crudi (non adattati) sono sempre stati presenti in italiano, ma l’afflusso di anglicismi sta assumendo dimensioni mai viste prima. Per comprenderlo, cominciamo guardando la progressione temporale con cui gli anglicismi crudi sono stati registrati da tre tra i maggiori dizionari della lingua italiana. Nel grafico qui sotto vedrete in azzurro il numero di anglicismi crudi entrati in ciascun dizionario prima del 1800, in arancione quelli entrati nel XIX secolo, in verde quelli entrati nel XX secolo. Passando il cursore sulle barre, potrete visualizzare il numero esatto.

Zingarelli
Devoto-Oli
Sabatini-Coletti
Dati e grafici – Fonte: “Diciamolo in italiano” di Antonio Zoppetti. Non riprodurre senza autorizzazione dell’autore.

Degli oltre 2000 anglicismi non adattati presenti oggi, meno del 2% è entrato prima del XIX secolo, il 7% circa è arrivato nell’800 e la parte restante entra nel nostro lessico nel ‘900. In particolare, il 76% del totale è arrivato dopo il 1950. 

E nel XXI secolo? 
Mettendo a confronto il numero di anglicismi crudi presenti nelle edizioni a cavallo del 2000 dello Zingarelli, del Sabatini-Coletti DISC e del GRADIT di Tullio De Mauro, si capisce come l’aumento degli anglicismi nel nuovo millennio sia esponenziale:

Zingarelli
Sabatini-Coletti DISC
GRADIT

Dati e grafici – Fonte: “Diciamolo in italiano” di Antonio Zoppetti. Non riprodurre senza autorizzazione dell’autore.

La discrepanza tra i numeri dei diversi dizionari non deve stupire. Essa dipende dal differente approccio di ciascuno nel registrare o meno i termini stranieri e sul metodo per organizzarli. Per esempio, il Sabatini-Coletti non fa di ogni anglicismo un lemma separato ma tende a raggrupparli (baby-pensionato si trova sotto la voce baby). Questo spiega in parte il minore aumento del numero di anglicismi in questo dizionario.

La tendenza generale è comunque chiara e va rafforzandosi con le edizioni successive. Il Devoto-Oli, che nell’edizione del 2017 contava circa 3500 anglicismi crudi, in quella del 2020 ha superato quota 4000.

Qualità

Nel paragrafo precedente abbiamo visto, dati alla mano, come gli anglicismi non adattati stiano entrando nella nostra lingua in maniera sempre più rapida e massiccia,  Dopo questi dati quantitativi, analizziamo una dimensione più qualitativa: che tipo di anglicismi entrano in italiano?

Neologismi

Gli anglicismi non adattati costituiscono una fetta crescente delle parole nuove che entrano in italiano. Circa la metà delle “cose nuove” che il mondo inventa e produce, in italiano ha un nome inglese.

Neologismi Devoto-Oli 2017 (tot. 1049)

Neoligismi Zingarelli 2016 (tot. 412)

Non è sempre stato così. L’italiano è una lingua neolatina, derivata cioè da una delle parlate latine volgari tarde, in particolare quella toscana. Così come altre lingua moderne di questa illustre famiglia – francese, spagnolo, portoghese per citarne alcune – l’italiano ha attinto alla sua tradizione classica per coniare parole nuove, usando un étimo greco o latino per creare nuove parole italiane.

La seconda rivoluzione industriale, tra il XIX e il XX secolo, ci ha portati a una radicale trasformazione del mondo e alla creazione di una nuova tecnologia che dal punto di vista terminologico era ancora governata dalle nostre norme storiche basate sull’adattamento e sulle nostre radici, per esempio “termosifone” (dal greco thermós = caldo) o “calorifero” (dal latino fero = portare il calore[m]). Poco importa se queste parole a loro volta sono calchi sul modello del francese calorifère e thermosiphon, il francese è una lingua che ci è affine e attinge alle stesse radici, e anche il cinematografo dei Lumière è un adattamento del francese cinématographe che si fonda contemporaneamente sul greco (kínema = movimento e grápho = scrivo). Oggi, però, abbiamo dimenticato il ruolo unificante del latino come radice internazionale delle lingue romanze che per secoli ha rappresentato il collante non solo delle parole comuni, ma anche di quelle scientifiche e tecnologiche di tutta l’Europa. In un primo tempo la tecnologia proveniente d’oltreoceano è stata adattata e reinterpretata attraverso le nostre parole e le nostre categorie, e infatti oggi abbiamo la lampadina e la televisione e non il light bulb e la television.

L’attuale terza rivoluzione industriale o post-industriale, al contrario, ci sta portando se va bene la stampante 3D, e non “tridimensionale”, o l’industria 4.0, dove quel punto si impone sulle nostre norme che prevedono la virgola. Ma fuori da queste minuzie ci sta saturando di parole inglesi crude che hanno colonizzato la maggior parte dei linguaggi di settore a cominciare dalla terminologia informatica dove l’italiano ha cessato di poter esprimere le cose con parole proprie, non è stato capace di creare i propri neologismi, ed è dunque morto.

Più nei dettagli, stando ai dati grezzi del Devoto Oli, nel XX secolo le parole di origine inglese erano intorno al 10% di quelle coniate a quell’epoca. Tra le 16.000 parole dell’Ottocento, invece, solo 398 derivavano dall’inglese (circa il 2%). E nell’ultima torta qui sotto potete vedere com’è cambiata la situazione nei primi anni del Terzo Millennio:

Neologismi nati nel XIX secolo

Neologismi nati nel XX secolo

Neologismi nati nel 2000-2016

I settori più interessati

Interessante è l’analisi dei settori in cui gli anglicismi crudi sono maggiormente penetrati. Il dizionario della Alternative Agli Anglicismi di Antonio Zoppetti contava a dicembre 2020 circa 3700 anglicismi. Nel grafico qui a fianco, mostriamo quali sono i settori che contano il maggior numero di lemmi. 

Notiamo che il vocabolario informatico costituisce da solo il 16% degli anglicismi, il linguaggio aziendale il 14%, quello economico l’8%, la tecnologia poco di meno. Tutti settori molto importanti nel mondo di oggi, dove la tecnologia, l’informatica e l’economia sono argomenti che toccano la vita quotidiana di tutti. Ma vediamo come anche il linguaggio politico, tradizionalmente più conservativo e istituzionale, pesa quasi per il 4% sul totale. Eppure la chiarezza dovrebbe essere particolarmente importante quando ci si rivolge ai cittadini. 

Dizionario AAA: anglicismi per categoria

Meno rappresentato il linguaggio scientifico, ma anche perché il dizionario, per scelta, non scende in ambiti troppo specialistici. Questo ci porta a un altro tema, ovvero il fatto che gli anglicismi in italiano abbiano ormai abbandonato l’ambito tecnico-specialistico dove un tempo approdavano e rimanevano, per strabordare nel linguaggio comune. 

Da tecnicismi a parole comuni

Prendiamo in esame le seguenti parole: computer, mouse, smartphone, username, password, QR code, social network.

Tutti termini relativi alla tecnologia e all’informatica. Alcuni di essi sono nati decenni fa, negli anni ’70 del 1900, e potevano considerarsi tecnicismi. Oggi non è più così. Gli oggetti e i concetti espressi dalle parole qui sopra sono di uso comune per tutti noi, li troviamo ogni giorno. Lo stesso vale per l’economia: il quantitative easing, il recovery plan, il cashback, sono parole entrate nella quotidianità dei cittadini italiani.

In conclusione

Possiamo concludere questa sezione riassumendo ciò che i dati dei dizionari (per loro natura più conservativi rispetto alla lingua reale, dove gli anglicismi fioriscono a ritmi cui i linguisti faticano a tener testa) ci suggeriscono. Ovvero che nella nostra lingua la diffusione di anglicismi crudi, non adattati alla grafia e alla pronuncia italiana, è esplosa per quantità e rapidità di crescita dalla fine del XX secolo, accelerando ulteriormente dal 2000 in poi, che non riguarda solo gli addetti ai lavori di specifici settori ma la maggior parte dei parlanti, e che rappresenta ormai la metà delle parole nuove della lingua italiana.

Un fenomeno che ognuno è libero di interpretare come crede, ma che non si può più negare, perché sostenuto da dati quantitativi e qualitativi concreti, oltre che dall’esperienza empirica che chiunque può avere girando per le città italiane, guardando le vetrine dei negozi, leggendo i giornali cartacei o in Rete, guardando la televisione e parlando con colleghi e amici. 

Viene a questo punto da domandarsi se le altre lingue neolatine, sorelle dell’italiano, si comportino allo stesso modo.