Luoghi comuni e obiezioni frequenti

Il tema dell’abuso di anglicismi in italiano è fortemente divisivo, e lo si riscontra facilmente leggendo sulle reti sociali le discussioni che ne parlano, spesso infiammando la discussione di chi sostiene che le parole inglesi siano troppe e chi ritiene che esse rientrino nel normale prestito linguistico, a volte arrivando a tacciare chi sostiene la tesi opposta di essere un retrogrado, un purista, se non addirittura un nostalgico del Fascismo.

Da queste discussioni emergono, da parte dei “negazionisti” dell’eccesso di anglicismi, alcune argomentazioni ricorrenti, che rappresentano spesso veri e propri luoghi comuni con scarso (o nullo) fondamento. In questa pagina raccogliamo le più frequenti, con alcune argomentazioni per controbatterle.


1) Le lingue evolvono! L’italiano da sempre si arricchito per l’influenza del francese e di altri idiomi, e persino la lingua di Dante è ricca di provenzalismi, arabismi, latinismi… Prendersela con gli anglicismi è una presa di posizione antistorica e retrograda, sono un fenomeno normale

Dire che le lingue evolvono è una banalità (tra l’altro è un bene che lo facciano, una lingua che non cambia insieme all’evoluzione del mondo è destinata a morire). Il punto è un altro: bisogna studiare come l’italiano si sta evolvendo. Ogni lingua evolve creando neologismi (per via endogena) con le proprie parole e anche attingendo dalle altre lingue (via esogena). Questa seconda via può avvenire con l’italianizzazione (bistecca da beafsteak), con le traduzioni e i calchi (baco informatico e bug), con l’allargamento di significato di parole preesistenti (intrigare per l’interferenza dell’inglese non significa più solo “fare intrighi” e “tramare”, ma diventa anche stuzzicare, affascinare, coinvolgere). Questo tipo di evoluzione è positiva per la nostra lingua, perché non ne viola le regole di ortografia e pronuncia. C’è poi la possibilità di importare le parole in modo crudo, e ancora una volta non c’è nulla di pericoloso, in sé, nel dire jeans o jazz, è solo una questione di numeri. Se importare anglicismi crudi diventa la strategia prevalente o l’unica, non c’è un’evoluzione, ma un’involuzione che porta all’itanglese.

Gli anglicismi crudi nei dizionari nel 1990 erano circa 1600, oggi sono oltre 3.500, mentre ci sono meno di 1.000 francesismi, un centinaio di germanismi e altrettanti ispanismi. Il francese ci ha influenzati per secoli e il 70% delle parole di origine francese sono state italianizzate. Nel caso dell’inglese ben più del 70% sono invece entrate in modo crudo. E continuano ad aumentare. Dai dati dei dizionari risulta che circa la metà dei neologismi del nuovo Millennio è in inglese crudo, come la metà delle parole dell’informatica. E anche la frequenza di queste parole (cioè quante volte le usiamo) è sconcertante.
Le lingue evolvono, certo, ma non dimentichiamo che possono anche involvere e morire.

2) Gli anglicismi sono internazionalismi che si diffondono in tutto il mondo e nel Duemila non si può andar contro al progresso e alla modernità.

Quelli che vengono spacciati per internazionalismi spesso non lo sono affatto. Mentre noi abbiamo smesso di dire calcolatore o elaboratore e ormai diciamo solo computer (diventato un “prestito sterminatore” che ha fatto morire le parole italiane) in francese si dice ordinateur, in spagnolo ordenador, o computador e computadora, in greco è υπολογιστών (ipologhistòn), in portoghese computador, in rumeno calcolator, in slovacco e in ceco počítač, in finlanese tietokone, in norvegese datamaskin, nello svedese dator, in turco bilgisayar, in croato računalo, in ungherese számítógép, in islandese tolva… e persino nell’afrikaans si dice rekenaar! È vero che si dice computer per esempio in tedesco (dove c’è però anche Der Rechner) o in polacco (dove si è adattato e si scrive con la k: komputer), ma sono queste le eccezioni, non è affatto vero che si dica così dappertutto.
Mouse, di cui non abbiamo un’alternativa italiana, vuol dire “topo” e così si dice in francese (souris), in spagnolo (ratón), in portoghese (rato) e in tedesco (Maus) mentre in giapponese l’anglicismo si è almeno adattato in mausu.
E così mentre noi parliamo di Aids, in Francia, Spagna e Portogallo si parla di Sida perché adottano l’ordine delle iniziali alla propria struttura e alle proprie parole (Sindrome da ImmunoDeficenza Acquisita) di questa e di altre sigle: il DNA è ADN (Acido Desossi-Ribonucleico) e un Ufo è Ovni sia in francese sia in spagnolo, e cioè Oggetto Volante Non Identificato. Smart working è poi uno pseudoanglicismo in uso solo in italia, e non lo capirebbe non solo un francese o uno spagnolo, ma anche un inglese che parla invece di home (o remote) working. La lista è lunghissima, basta confrontare le parole inglesi della Wikipedia italiana con le versioni francesi e spagnole per constatare come all’estero spesso gli anglicismi non ci siano.

3) Quello che oggi accade con l’inglese in passato è già accaduto con il francese, quando era di moda, eppure l’italiano è sopravvissuto. Con l’inglese è lo stesso: è una moda passeggera che non intacca la nostra lingua.

Quello che accade oggi con l’inglese è un fenomeno profondamente diverso da quello che è accaduto in passato con il francese, per numero, penetrazione, ambito, diffusione e rapidità.
Sui dizionari i francesismi crudi (non adattati) sono nell’ordine del migliaio, gli anglicismi oltre 3.500. Stando al più grande dizionario italiano (il Gradit di Tullio De Mauro) le parole francesi sono state infatti adattate, sono cioè diventate italiane, in più del 70% dei casi, mentre quelle inglesi sono quasi tutte non adattate, per oltre il 70% dei casi.
Diversa è anche la penetrazione del francese, che quando era in auge era un fenomeno elitario che riguardava solo alcuni aspetti superficiali della nostra lingua, legati agli ambiti del sociale, della moda, della culinaria. L’inglese è penetrato invece in ogni ambito e ha colonizzato interi settori dove non è più possibile farne a meno dal lavoro all’informatica. Non si ritrova solo nel cinema, nella pubblicità o in televisione, ma riguarda i settori strategici della modernità, dalla scienza all’economia, e le parole inglesi penetrano persino nel linguaggio politico, amministrativo, dell’istruzione e nel vocabolario di base. Sempre più spesso gli anglicismi non sono poi dei “prestiti” isolati, ma producono copiose ibridazioni (downloadare, computerizzare, chattare) e danno vita a ricomposizioni che creano famiglie di parole che si espandono (baby sitter, baby boom, baby bonus, baby killer, baby-boss… baby sitter, dog sitter, cat sitter, pet sitter). Nel caso del francese questa “produttività” non si è registrata, segno che il fenomeno era più superficile. Infine, è impressionante la velocità di attecchimento dell’inglese. L’interferenza del francese è stato un fenomeno plurisecolare, che ci ha influenzati sin dalle origini del volgare, alle epoche della dominazione, dell’Illuminismo, la Rivoluzione, l’età napoleonica e la Belle Époque. Nel caso dell’inglese, invece, fino alla seconda metà dell’Ottocento gli anglicismi erano quasi assenti dalla nostra lingua e l’entrata massiccia si registrata nel giro di una sola generazione, dagli anni ’50 a oggi.

4) L’italiano non corre alcun rischio di scomparire, e qualche parola inglese non è un problema perché riguarda solo il lessico non la sintassi che è la vera struttura dell’italiano

È verissimo che l’interferenza dell’inglese non coinvolge in modo significativo la nostra sintassi (cioè il modo di combinare tra loro le parole), riguarda solo il lessico e per essere più precisi i nomi (il 90% degli anglicismi sono parole o locuzioni con funzione nominale). Ma questo non mette al sicuro l’italiano, e se i sostantivi, cioè i nomi che usiamo per indicare le cose, diventano inglesi il risultato può diventare questo:

“D’in sul top della old skyline,
passero single, alla campagna
tweettando vai nella deadline del giorno;
ed erra il feeling per questa valle…”

(From: “Il passero single” by James G. Leopardi,

Insomma, anche se la struttura dell’italiano è intatta il rischio dell’itanglese è di questo tipo. In certi settori come il lavoro, l’informatica o il “marketing” il lessico e il modo di parlare non è così diverso da questo esempio provocatorio. Bisogna allora intendersi su cosa significa “morte dell’italiano”, il rischio non è quello di abbandonarlo ma quello che si snaturi nell’itanglese. E questo per noi è la “morte” dell’italiano storico, dei nostri suoni, della nostra ortografia e fonetica, non è un’evoluzione, ma un’involuzione, una “creolizzazione lessicale”.

5) È normale che si usino parole angloamericane negli ambiti in cui questo Paese eccelle, lo stesso avviene all’estero per le nostre eccellenze per esempio nel campo della musica o dell’arte che sono ricche di italianismi

Purtroppo, l’esportazione dell’italiano all’estero appartiene alla storia. Non c’è reciprocità tra ciò che esportiamo e che abbiamo esportato nel passato e ciò che stiamo importando oggi dall’angloamericano, fuor dai luoghi comuni di ciao, pizza e mandolino. Inoltre, i tanti italianismi dell’inglese sono perlopiù inglesizzati, storpiati, pronunciati nel loro modo, come è normale nelle lingue sane. Solo in questo modo l’inglese si è arricchito di parole di ogni parte del mondo. Attraverso l’adattamento, come jeans che deriva dalla pronuncia di Genova o come le graphic novel che reimportiamo così anche se novel è adattamento che viene dalle novelle del Boccaccio. Noi al contrario adottiamo, non adattiamo, l’angloamericano preoccupati di snaturarne la purezza di una lingua che consideriamo superiore. E le nostre eccellenze, dall’italian design al made in Italy sono sempre più in inglese. Come ha osservato nel 1970 il prof. Giovanni Iamartino dalle pagine della Treccani: nel Novecento, “con l’eccezione dell’ambito della ristorazione (quella raffinata praticata da cuochi italiani di grande nome tanto quanto quella più rustica, ma altrettanto alla moda, delle specialità regionali), non c’è reale incidenza lessicale dell’italiano nemmeno in quei settori – il design e l’architettura, la moda e il ‘made in Italy’, il cinema d’autore, il turismo culturale – in cui oggigiorno l’Italia primeggia a livello internazionale, di certo perché in tali realtà industriali la lingua d’uso è comunque l’inglese”. http://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/speciali/nazioni/iamartino.html
Nel frattempo, anche nell’ambito della gastronomia, noto che ormai si moltiplicano le insegne con scritto “Wine bar” (mentre nei ristoranti di lusso di New York si usa “vino” perché questa la parola che evoca la nostra eccellenza), e anche i nuovi marchi italiani come Slow Food o Eataly puntano all’inglese (al contrario delle tante contraffazioni dei prodotti italiani che noi chiamiamo prodotti italian sounding, invece che dal nome italofono).

6) Gli anglicismi non sono un problema, perché sono parole di settore che non riguardano la lingua comune, sono quasi dei “gerghi” che si usano in ambienti marginali.

Non è più vero: gli anglicismi, negli ultimi 30 anni si sono riversati nella lingua comune sempre maggiormente. Se negli anni ’90 parole come mouse o chat erano marcate dai dizionari come tecnicismi, oggi sono parole di base, come tablet, web. Ma non è solo l’informatica a essere penetrata nel linguaggio comune, la lingua di oggi attinge sempre più da quella dei settori, e se questi sono “colonizzati” dall’inglese, ecco che poi diventano parole che tutti i giorni siamo costretti a dire o a leggere sui giornali: dal linguaggio economico arrivano spread, benchmark, e ormai si parla delle tax al posto delle tasse, mentre l’economia diventa economy (new economy, green economy…); il linguaggio del lavoro è in itanglese, e i suoi vocaboli escono da questi ambiti: manager, job al posto di lavoro, persino il linguaggio delle aziende si rivolge ai consumatori con il customer care, il retail per le vendite, l’home banking invece della telebanca… in un mondo in cui tutto è smart, e persino il cibo diventato food: dal fast food al pet food passando per lo street food che ha la meglio sul cibo di strada. Secondo le mie marche gli anglicismi comuni sono almeno 1600-1800, li ho pubblicati nell’Etichettario, e si possono vedere qui: https://aaa.italofonia.info/categorie/analisi-comparazioni/anglicismi-comuni/

basta consultare questo elenco di quasi 2000 parole inglesi per accorgersi che quasi tutte o le usiamo o certamente le possiamo ascoltare e leggere nelle conversazioni di tutti i giorni. Si tratta di un numero enorme.

7) Gli anglicismi sono solo l’1%, il 2% e al massimo il 3% delle parole sui giornali o dei dizionari, dunque rimangono contenuti in percentuali basse che non destano preoccupazioni.
Non ci si deve fare ingannare da questi numerini apparentemente bassi che nascondono delle enormità, se si sanno interpretare.
Il Devoto Oli ha poco più di 3.200 pagine e registra oltre 3.500 anglicismi. Ciò significa che, aprendolo a caso, non importa in quale pagina si finisca, in ognuna c’è un po’ più di un anglicismo. Certo, può capitare che siano concentrati maggiormente in alcune pagine e che in altre non ci siano, ma la media è questa. Prima di incontrare un francesismo, invece, ci sono da sfogliare più di 3 pagine (sono nell’ordine di 1.000), mentre bisogna voltare almeno 30 pagine prima di incontrare un ispanismo o un germanismo (che sono rispettivamente un centinaio).

Se un articolo di giornale breve è costituito da 300 parole, vuole dire che contiene ben 3 anglicismi, se sono l’1%, 6 se sono il 2% e 9 se sono il 3%. E’ una cifra enorme! Anche perché gli anglicismi sono concentrati soprattutto nei titoli, dunque sono urlati scritti in grande e in bella vista (lokdwon, smart working) e dunque si diffondono maggiormente. Fate un esperimento: provate a contare gli anglicismi presenti nella prima pagina di un giornale…

8) È vero che gli anglicismi sono diffusi e abusati, ma ciò avviene nel linguaggio dei giornali e della tv, e non rispecchia come parliamo, in realtà la gente non li usa.

Purtroppo non si può affermare nulla di documentabile su come la gente “parla”, mancano statistiche abbastanza ampie e significative. E poi dipende dai contesti (dove? in famiglia? al lavoro?) e anche dalle fasce sociali, dalle parlate regionali… è molto complicato affermare qualcosa in proposito. È vero invece che i mezzi di informazione hanno di fatto unificato l’italiano, dal punto di vista storico, visto che sino all’inizio del ‘900 l’italiano era lingua letteraria usata nello scrivere e nel rivolgersi a tutti mentre nel parlare ognuno usava il proprio dialetto (per semplificare). L’italiano nazionale si è diffuso proprio con la stampa (fuori dalla letteratura), ma quello parlato si è diffuso solo nell’epoca del sonoro con l’industria della canzone, e poi soprattutto con la radio, il cinema, la televisione, e oggi la Rete (Internet) dove le differenze tra parlato e scritto sono sempre minori. E allora non si può sottovalutare questo ruolo, i mezzi di informazione sono il principale centro di irradiazione della lingua, e se una volta hanno unificato l’italiano, oggi, visto che puntano all’inglese, lo stanno snaturando. Perché parole come fake news invece di bufale o notizie false, smart working invece che lavoro da casa, lockdown invece che quarantena (parola italiana antica che si è diffusa in tutto il mondo, quando non ci vergognavamo di usare la nostra lingua) sono ormai sulla bocca di tutti?
Perché la stampa e la tv hanno cominciato a dire solo e sempre così, e nel giro di poche settimane queste parole sono diventate così diffuse che abbiamo perso la cognizione del tempo: ci chiediamo come possiamo tradurle, e ci siamo dimenticati di come parlavamo sino a poco fa, prima che entrassero in uso.

9) Non è vero che l’italiano è a rischio, è solo un’illusione ottica e poi gli anglicismi sono parole usa e getta destinate a decadere, passata la moda del momento. La “scure del tempo” li eliminerà.

Il numero degli anglicismi che sono aumentati è un fatto innegabile. È vero che alcuni anglicismi passano di moda, anche se spesso vengono sostituiti da nuovi anglicismi (dal footing, pseudoanglicismo, al jogging dei runner, dall’e-learning alla smart didattica…), ma non bisogna confondere l’enorme riversamento dell’inglese nel linguaggio mediatico, spesso usa e getta, con gli anglicismi che si stabilizzano nella lingua ed entrano nei dizionari. Quando entrano e si radicano difficilmente escono. Chi afferma l’obsolescenza dell’inglese e ipotizza che gli anglicismi passeranno di moda esprime un’opinione che non è supportata dai dati che dimostrano il contrario. Sono andato a contare tutti gli anglicismi del Devoto Oli del 1990 per vedere quanti sono stati eliminati nell’edizione del 2017. Ne sono usciti meno di 70! Però ne sono nel frattempo entrati circa 1.800 (sono passati da 1600 a più di 3500). Sostenere che gli anglicismi passano non è un’affermazione suffragata dai fatti.

10) Ma volete impedirci di dire computer, mouse o jeans?
Ognuno parla come vuole: l’inglese, lingua nobile, non è “vietato” e anche noi che siamo preoccupati da suo abuso e per il futuro della nostra lingua lo usiamo ogni volta che è “necessario” (visto che spesso si impone senza alternative) o lo riteniamo opportuno o quando il discorso lo richiede. Non agiamo per questioni di principio, di purismo o per fare la guerra ai “barbarismi”. Si possono usare parole inglesi come anche francesi (biberon e abat jour), spagnole (siesta e murales), tedesche (wurstel e bunker), giapponesi (tsuanmi e karaoke) e di tutte le lingue. È un problema di numeri! Gli anglicismi che usiamo sono superiori alla somma di tutti i forestierismi di tutte le altre lingue del mondo che utilizziamo messi assieme! È normale? Siamo sicuri di non avere un problema? Il problema c’è: la nostra lingua non accoglie “qualche” forestierismo come avviene ed è normale che avvenga, sta subendo uno snaturamento da parte di una solo lingua cannibale e invadente che è più simile a una colonizzazione.

Non abbiamo problemi a dire blog, mouse o rock e neanche a dire baby sitter, anche se potremmo dire tata, però si stanno sorpassando i limiti della ragionevolezza e del buon senso. Le parole italiane, se non le utilizziamo e promuoviamo, poi si atrofizzano come è successo a calcolatore o elaboratore come si diceva una volta. Da quando si usa solo computer le nostre parole sono diventate inutilizzabili perché evocano il vecchio e non il nuovo. Preferiamo perciò parlare in italiano e tradurre invece che dire ogni cosa in inglese come fosse più moderno. Noi non ci vergogniamo della nostra bella lingua.

11) Ci sono nuove cose di cui non abbiamo le parole che è ovvio che entrino in inglese, sono prestiti di necessità!

La distinzione tra “prestito di necessità” e di “lusso” è vecchia (di inizio ‘900) e sorpassata. Parte dal presupposto che ci siano parole che importiamo perché non ne abbiamo di nostre – per esempio boomerang – per descrivere qualcosa che prima non c’era, e altre che invece sarebbero una scelta, e quindi un doppione di lusso anche in presenza di un equivalente indigeno, per esempio bodyguard invece di guardia del corpo. Ma è una prospettiva molto debole e difficilmente difendibile. Come ha osservato Paolo Zolli: “Ogni lingua possiede i mezzi per indicare nuovi oggetti o nuovi concetti senza ricorrere a parole straniere, tant’è vero che se il francese ha accolto la voce tomate (di origine azteca), l’italiano per denominare lo stesso prodotto ha preferito servirsi della perifrasi pomodoro”.

Dov’è la “necessità” di importare una voce senza adattamento? I cosiddetti “prestiti di necessità” non hanno alcun fondamento, né logico né storico. Davanti a un termine che non c’è, oltre a importare un forestierismo senza adattamento è possibile: creare un neologismo (come pomodoro), italianizzare (come rivoltella sul calco di revolver), o ancora usare una parola già esistente ampliandola di nuovi significati (tamponare indica oggi il fare tamponi sierologici non solo cozzare con la macchina davanti o arginare.

Se invece di importare solo dall’inglese in modo crudo, traducessimo, adattassimo o inventassimo nuove parole italiane, la nostra lingua sarebbe più sana. Tablet in inglese è una parola comune ma noi, invece di dire tavoletta, peniamo che tablet sia un anglicismo necessario. La necessità è solo nella nostra testa e nel nostro complesso di inferiorità verso una lingua che ci sta colonizzando e che riteniamo a torto superiore. Le parole che ormai sono necessarie, come mouse, lo sono solo perché non abbiamo saputo o voluto tradurle, e oggi è necessario usare quelle perché l’italiano è sempre più “mutilato”: non ne abbiamo altre, purtroppo.

12) Volete difendere la lingua come si faceva al tempo del fascismo?
Al contrario, il nostro problema è che dopo il fascismo sembra che ogni discorso per la tutela del nostro patrimonio linguistico richiami quell’ideologia che dovremmo invece lasciarci alle spalle definitivamente. Nulla di più sbagliato, dunque ad accostare quella politica linguistica con altri modelli di politica linguistica. Come partigiani al contrario dovremmo organizzare la resistenza contro la dittatura dell’inglese, se vogliamo usare questo tipo di metafore che lasciano il tempo che trovano. E allora, a proposito di politca linguistica, meglio guardare al presente e a quello che fanno oggi all’estero. La Francia ha delle leggi che tutelano il francese, inserito nella costituzione, e bandito dai contratti di lavoro e dal linguaggio istituzionale. Lì, come in Spagna, le accademie creano e promuovono parole autoctone al posto di quelle inglesi e in questi Paesi non ci sono tutti gli anglicismi che circolano da noi. In Islanda esiste addirittura la figura del “neologista” che conia le nuove parole. Persino la Svizzera ci dà lezioni di italiano visto che da loro l’italiano è promosso proprio perché non sia schiacciato troppo dalle altre lingue della confedrazione, come il tedesco e il francese, e il risultato è che da loro il conctact less si chiama pagamento senza contatto e il question time si dice l’ora delle domande, sia in Parlamento sia sui giornali del Canton Ticino.

13) Dire computer non è proprio come dire calcolatore (i vecchi computer di una volta), lo shopping non è proprio come fare spese, selfie non è proprio come autoscato…

Queste argomentazioni ricadono in quello che potremmo chiamare il “non-è-proprismo” ed è l’argomento preferito dai difensori degli anglomani che sostengono la necessità degli anglicismi. A volte ci si dimentica che le lingue vive hanno una capacità di allargare il proprio significato, di subire una “risemantizzazione” e di evolvere. L’autoscatto un tempo era un dispositivo legato a un filo (oltre al risultato fotografico che ne scaturiva), e con l’evoluzione della tecnologia è passato poi a indicare il dispositivo a tempo delle macchine elettroniche, in modo naturale. Poi è arrivato il selfie, e questo allargamento pare essersi inceppato: gli autoscatti sono quelli di una volta, sempre meno estendibili alle nuove tecnologie (lo stesso è avvenuto al calcolatore, poi anche elaboratore, ma oggi c’è solo computer). Credo che questo dipenda soprattutto dall’uso: se le parole non si forzano ampliandole (come navigare oggi significa anche andare su Internet) si cristallizzano. Si riducono al loro significato storico e indiano il vcchume, mentre ciò che p nuovo si deve dire in inglese. Ecco come gli anglicismi diventano “prestiti sterminatori” che uccidono le nostre parole che poi diventano inutilizzabili.

Va detto poi che gli anglicismi spesso, in italiano, connotano delle cose diverse rispetto all’inglese. Dire che baby sitter non è proprio come bambinaia perché evoca una persona giovane che lo fa non di mestiere è quello che accaduto nella nostra lingua, non appartiene all’inglese, e fa parte della connotazione (cioè ciò che una parola evoca) e non della denotazione (il significato, ciò che una parola denota). Dire che shopping non è proprio come andare a far compere perché evoca acquisti di lusso e per la persona non è vero in inglese dove si dice così anche nel caso della spesa al supermercato. Insomma il “non-è-prorpismo” a volte è vero, rispecchia ciò che è entrato nell’uso, ma è il risultato dell’inglese e dello pseudoinglese che usiamo noi. Se usassimo l’italiano senza vergognarci di dire autoscatto, andar per vetrine o tata… la nostra lingua sarebbe salva.

14) L’inglese è la lingua internazionale e della scienza come un tempo lo è stato il latino.

Secondo molti studiosi la scienza moderna si può far nascere con Galileo che (dopo il Sidereus nuncius) per la prima volta ha utilizzato proprio l’italiano per dare vita alla sua prosa scientifica. Se è vero che sino all’Ottocento alcuni scienziati scrissero anche in latino, questa era soprattutto la lingua dei teologi, e al contrario dell’inglese non era la lingua madre di nessuno. La prosa scientifica italiana di Galilei (già anticipata dal matematico Tartaglia) è diventata il modello imitato poi da scienziati come Francesco Redi, Antonio Vallisneri, Lazzaro Spallanzani che in italiano confutò le teorie sulla generazione del più grande naturalista francese Buffon, che a sua volta scriveva in francese, come la maggior parte degli scienziati che si esprimevano nelle loro lingue nazionali. Alessandro Volta chiamò la sua invenzione pila, e ancora nel Novecento il fermione deve il suo nome a Enrico Fermi. Il paragone con il latino dunque non è esatto. E pensare che essere internazionali coincida con il parlare in inglese non è naturale, è una presa di posizione politica che avvantaggia chi è di lingua madre anglofona, non gli altri. La lingua non è solo un fatto comunicativo ha anche un ruolo formativo che viene trascurato: studiare la scienza in inglese porta a pensare in inglese, a usare la terminologia inglese che poi si riversa nella nostra lingua. Questo fenomeno non va trascurato. E la scienziata Maria Luisa Villa denuncia da tempo proprio questo fenomeno: l’italiano sta perdendo la capacità di esprimere la scienza con parola sue.

15) L’inglese è più sintetico e comodo soprattutto per certi tecnicismi
Indubbiamente l’inglese è una lingua più sintetica della nostra e spesso con un monosillabo sa esprimere parole che in italiano sarebbero più lunghe (boom, fan, gay, scoop, staff, stress, star, shop, show). Anche il cinese è più sintetico, probabilmente, il che non mi pare una buona ragione per abbandonare la nostra lingua e palare in cinese, poi va a gusti. Detto questo vale la pena di ricordare che non è questa la ragione vera del ricorso all’inglese, visto che si sente dire misunderstanding ben più lungo e impronunciabile di equivoco o malinteso, leader è più lungo di capo, anche se ci appare più evocativo, e non è per risparmiare una “e” finale se diciamo mission, vision e competitor al posto di missione, visione e competitore. Spesso la sinteticità dell’inglese è poi solo presunta, siamo noi che gliela diamo con le nostre tipiche decurtazioni (abbreviazioni improprie). Per esempio parliamo di spending invece che di spending review con il curioso risultato di dire l’opposto di quello che vorremmo: spending è la spesa, al massimo dovremmo parlare di review, cioè di revisione (dire che è necessaria la spending significherebbe che è nessaria la spesa, non la revisione delle spese). Lo stesso si può dire per i social, che vole dire sociale, non piattaforme sociali (social network). Il basketball diventa basket (ma vuol dire solo cesto e nessun inglese chiamerebbe così la pallacanestro) e così via. Anche ilc onsiderare le parole inglesi comode perché rappresentano termini monosignificato è assurdo, è così solo e l’italiano, in inglese si tratta spesso di parole comuni con tanti significati. Mouse vuol dire topo, tablet è una tavoletta, droplet son le goccioline.

16) Certe soluzioni italiane per rendere l’inglese sono davvero brutte, basti pensare a parole come apericena e colanzo… meglio happy hour e brunch!

Credo che la risposta a questo genere di affermazioni si trovi ben espressa in Leopardi quando nello Zibaldone scriveva:

L’assuefazione e l’uso ci rende naturale, bella ec. una parola che se è nuova, o da noi non mai intesa ci parrà bruttissima deforme, sconveniente in se stessa e riguardo alla lingua, mostruosa, durissima, asprissima e barbara. Per es. se io dicessi precisazione moverei le risa: perchè? [sic] non già per la natura della parola, ma perchè non siamo assuefatti ad udirla. E così le parole barbare divengono buone coll’uso; e così le lingue si cambiano, e i presenti italiani parlano in maniera che avrebbe stomacato i nostri antenati.

Le parole, dunque, in sé non sono né belle né brutte, e “precisazione” era allora considerato un francesismo, definito “barbaro” come molte parole che terminano in –zione. Persino una parola bella come “emozione”, sul finire del secolo, veniva respinta come un cattivo neologismo da Giuseppe Rigutini: “Uno di quei gallicismi, dai quali si guarderà sempre chiunque, distinguendo l’uso dall’abuso, vorrà parlare e scrivere italianamente.” Ecco a quell’epoca non si immaginava nemmeno di importare migliaia di parole straniere in modo crudo. Leopardi, come Machiavelli, Muratori e tutti i più aperti sostenitori delle parole nuove anche provenienti dall’estero pensavano di introdurle italianizzandole (i puristi invece le escludevano basandosi sulle parole classiche e toscane, rischiando di cristallizzare l’italiano nella “lingua dei morti” davanti alle neologie). Introdurle in modo massiccio e crudo avrebbe rappresentato un “imbastardimento” o un “imbarbarimento” anche per i più ostili oppositori del purismo e della Crusca come Alessandro Verri, quando dalle pagine del Caffè, lanciò la celebre “Rinunzia al Vocabolario della Crusca”, un vero e proprio manifesto contro il conservatorismo linguistico in nome della modernità: “Se italianizzando le parole francesi, tedesche, inglesi, turche, greche, arabe, sclavone, noi potremo rendere meglio le nostre idee, non ci asterremo di farlo”. Se togliamo la parola “italianizzando” il discorso prende tutta un’altra piega.