A confronto con gli altri

La diffusione di anglicismi crudi è un fenomeno globale, che sull’italiano ha un impatto importante in termini quantitativi e qualitativi.

E nelle altre lingue? In questa sezione tentiamo un confronto con lo spagnolo e il francese, affini all’italiano.

Spagnolo

Lo spagnolo è, come l’italiano, una lingua neolatina. Ma a differenza di esso, lo spagnolo si è diffuso grazie a un lungo dominio coloniale prima e a flussi migratori poi, in tutto il continente americano. Parlato in 22 nazioni, seconda lingua degli Stati Uniti dove vivono 50 milioni di ispanofoni, conta oltre 400 milioni di madrelingua. Non è immune all’influenza dell’inglese, che varia a seconda del Paese e della varietà di spagnolo che vi si parla. Ma le diverse accademie linguistiche che si occupano della lingua, si sforzano di contribuire all’unità linguistica dell’ispanofonia, e danno una mano nel suggerire traduzioni e neologismi per le parole inglesi.

Vediamo, con l’aiuto di un campione esemplificativo, come reagisce lo spagnolo alla lingua più importante del mondo. Per farlo, prenderemo in prestito un estratto di un testo scritto dal professor Gabriel Valle, italo-peruviano, che molto si batte per una maggiore reazione dell’italiano rispetto agli anglicismi crudi, auspicando l’uso dello spagnolo come fonte di ispirazione. Trasferiamoci con la mente in Spagna.

Qui il venerdì gli amici si augurano un “buen fin de semana” (weekend); si incontrano talvolta in un caffè per bere una copa (drink) e mangiare una hamburguesa (hamburger), talaltra in internet, nelle redes sociales (social networks); il ristorante in cui il pubblico può servirsi da sé è un autoservicio (selfservice); chi fa un giro per i negozi passando da una vetrina all’altra, va de vitrinas o de escaparates o de tiendas (shopping); il pubblico in una sala da cinema spillucca palomitas de maíz o rosetas de maíz (la denominazione del pop corn è molto frammentata, a seconda del dialetto); il cinematografo ha reso famosi i vaqueros (cow boys) che appaiono nelle pellicole dell’Oeste (Far West): essi sono mandriani che vivono in ranchos  (ranch) e indossano vaqueros o tejanos (jeans); la babysitter sarà sempre una niñera o un canguro; la programmazione televisiva prevede una fascia di alto indice di ascolto chiamata horario estelar (prime time); il complesso degli attori che prendono parte a una produzione cinematografica è un reparto (cast); un insieme di accertamenti clinici tesi a stabilire un quadro completo sulla salute di una persona è un chequeo (check up); la Sindrome da Immuno-Deficienza Acquisita, nota in Italia come AIDS è SIDA; il DNA è ADN; una dose eccessiva di droga provoca a chi la assume una sobredosis (overdose) e una dose smisurata di gioco con le tragamonedas o tragaperras (slot machines) può essere dannosa; gli spettacoli di telerrealidad (reality show) sono popolarissimi in Spagna; i gruppi
rock sono bandas (bands): vengono chiamati roqueros (rocker), e sono capeggiati da un vocalista (vocalist); alcune letture in pubblico di brani letterari sono lecturas (readings); un docente ospite in ambito universitario
è un profesor visitante (visiting professor); il computer è un ordenador o una computadora; lo si può utilizzare tramite un ratón (mouse); chi navigando in internet entra in un portale riservato, deve anzitutto inserire un nombre de usuario (user name) e poi una contraseña (password), dopo di che può trovare, all’interno di una pagina, un enlace (link) che rimanda a un’altra; certi apparecchi elettronici sono chiamati tabletas (tablet); gli elettori che, dopo aver abbandonato il proprio seggio, rivelano il proprio voto ai rilevatori di un sondaggio, lo
fanno a boca de urna o a pie de urna (exit poll); un famoso personaggio che presta la propria immagine a una campagna commerciale ne è appunto la imagen (testimonial); la moglie del capo del governo è la primera dama (first lady); l’ente giuridico che veglia sulla libera concorrenza dei mercati è chiamato Antimonopolio (Antitrust); i responsabili di seguire i clienti, in un’agenzia di pubblicità, sono ejecutivos de cuentas (account executives) e, naturalmente, chi dispone di una casella di posta elettronica ha una cuenta (account); le compagnie aeree riservano una clase ejecutiva (business class) per gli ejecutivos (managers); sui loro voli servono azafatas o aeromozas (air hostess); i passeggeri negli aeroporti, per sicurezza, passano per un detector de metales (metal detector); il contratto mediante il quale un’azienda sfrutta il nome o marchio di un’altra è una franquicia (franchising); le aziende che misurano il rischio di insolvenza sono agencias de clasificación (rating); chi difende gelosamente l’ambito della vita personale è tutelato dal diritto alla privacidad (che concorre con privacía, privacy); le leggi puniscono il reato di acoso o asedio sexual (stalking); una causa giudiziale sporta da più querelanti è una demanda o querella colectiva (class action); coloro che, in ambito sportivo, sono al disotto dei ventidue anni rientrano nella categoria dei sub 22 (under 22); le aziende che con fini pubblicitari finanziano un’attività sportiva o culturale sono patrocinadores (sponsor).

I termini di questo breve brano non sono termini coniati dagli accademici e rimasti lettera morta, ma sono effettivamente in uso tutti i giorni, nel vasto mondo ispanofono. Come dimostra – piccolo esempio scelto a caso – l’articolo che il quotidiano spagnolo El Paìs ha dedicato alla scoperta di un termopolio negli scavi di Pompei (che in Italia è stato chiamato “la bottega di street food di Pompei”):

Com’è dunque possibile che molte parole che tanti italiani ritengono anglicismi intraducibili (da pop-corn a computer, da password a franchising fino al fast food pompeiano) siano invece state tradotte senza troppi complimenti?P

Sempre secondo il professor Valle, il fatto che lo spagnolo possieda, accanto a molte parole che terminano in vocale, altre che finiscono in consonante, consente un passaggio impercettibile del termine inglese in spagnolo, limitato talvolta al mutamento d’accento (club, bar, radar, transistor, sono già prestiti integrati che si comportano come qualsiasi nome del sistema. Volti al plurale diventano clubes, bares, radares, transistores). E se tale tendenza è favorita dalla doppia uscita delle parole, essa è stata rafforzata da due potenti fattori: l’industria del doppiaggio televisivo e le accademie della lingua. Lo sviluppo della prima e il lavoro delle ultime prestano un encomiabile servizio all’integrità dell’idioma.

Se in Italia esiste l’Accademia della Crusca, il mondo ispanofono conta diverse accademie, meno antiche di quella italiana ma più attive sul piano della produzione di suggerimenti e alternative agli anglicismi. Il Diccionario panhispánico de dudas (dizionario panispanico dei dubbi), apparso nel 2005 dichiara il suo carattere normativo per una lingua soprannazionale senza perdere di vista le (scarse) differenze che corrono nell’espressione colta delle diverse nazioni.
Importante notare che, quando il dizionario fu presentato, a Madrid, vi furono presenti i responsabili di quasi tutti i giornali più importanti in lingua spagnola, i quali sottoscrissero un accordo in cui si stabiliva: «Consci della responsabilità che nell’uso della lingua ci impone il potere di influenza dei mezzi di comunicazione, ci impegniamo ad adottare come norma fondamentale di riferimento quella che è stata fissata da tutte le accademie nel Dizionario panispanico dei dubbi, e incoraggiamo altri mezzi affinché aderiscano a questa iniziativa».
La Real Academia Española patrocina anche un consultorio linguistico: la Fundación del Español Urgente (Fundéu BBVA), un istituto senza fini di lucro il cui precipuo obiettivo è quello di promuovere il buon uso della lingua. È nato dall’accordo tra l’agenzia di notizie Efe e la banca privata BBVA e fa tesoro dell’esperienza accumulata per più di vent’anni da un precedente consultorio.
Questo “pronto soccorso linguistico” è alla portata di chiunque entri nel suo portale, ma si è rivelato particolarmente prezioso per i giornalisti del vasto mondo ispanico , che spesso vi si rivolgono, assillati da anglicismi elusivi. È cura dei consulenti produrne adattamenti o calchi nella lingua d’arrivo. Molte di queste forme ispanizzate esistono già, in un qualche punto della mappa ispanica, e vengono poi consigliate all’uso generale.
 
In conclusione possiamo dire che lo spagnolo risponde all’afflusso di anglicismi in modo molto più attivo rispetto all’italiano, probabilmente per tre ragioni principali:
 
  • ● La terminazione dei sostantivi anche in consonante, che permette un adattamento più facile
  • ● Il ruolo più attivo delle accademie, che propongono alternative e cercano di diffonderle
  • ● Il ruolo più attivo dei media e dei parlanti, che adottano le alternative e le utilizzano

Se in italiano poco possiamo fare riguardo al primo punto, sugli altri due certamente si può molto migliorare. L’Accademia della Crusca nel 2015, in seguito a una petizione lanciata da Annamaria Testa, ha creato il gruppo Incipit, per proporre alternativa ad anglicismi incipinti. Ma in poco più di 5 anni di attività, meno di 15 comunicati sono stati prodotti. Purtroppo insufficienti rispetto alle cifre del fenomeno.

Allo stesso modo i parlanti spesso adottano e promuovono gli anglicismi rispetto alle alternative italiane, magari già in uso da tempo, grazie a una serie di luoghi comuni e falsi miti che fanno ritenere le parole inglesi “migliori” rispetto a quelle italiane. 

Francese

L’altra lingua neolatina che prendiamo in considerazione è il francese.
Come lo spagnolo, anche questa lingua si dimostra più vitale dell’italiano nel rispondere con creatività all’afflusso massiccio di anglicismi, generando alternative che nella gran parte dei casi prendono piede ed entrano in uso.

Per restare al termopolio pompeiano, definito in Italia una bottega di street food, per i francesi è un “lieu de restauration rapide”, luogo di ristorazione rapida.

Se a Milano, la capitale dell’itanglese, il servizio delle biciclette condivise si chiama BikeMi, e sul sito dedicato la parola bicicletta è assente (si parla solo di bici come sinonimo secondario in fondo, nell’ultima riga) dando per scontato che si chiami servizio di bike sharing. La stessa filosofia adottata sul sito del comune sulla pagina intitolata Bike sharing.

Sulla Wikipedia francese, al contrario di quella italiana, se si cerca bike sharing si viene dirottati alla pagina vélos en libre-service, come si dice in francese, e lo stesso accade per il car sharing che rimanda ad autopartage, così come internet provider è una voce inesistente, perché in francese si dice fournisseur d’accès à Internet. Solo per citare alcuni esempi.

Come nel caso dello spagnolo, anche per il francese il ruolo di accademie e cittadini è più attivo, e anche qui la terminazione in consonante delle parole facilità l’assimilazione di alcuni anglicismi. Pensiamo al caso di youtuber o instagrammer, che diventano facilmente youtubeur e instagrammeur (al femminile instagrammeuse).  In italiano si potrebbe rendere con youtubista o instagrammista. Ma all’orecchio degli italiani suona strano o ridicolo.

Ma nel caso del francese c’è dell’altro. L’impegno della Francia, come stato, a difendere e promuovere la propria lingua. L’articolo 2 della Costituzione francese stabilisce che: la lingua della repubblica è il francese. La Francia promuove la propria lingua come principale veicolo di legame verso i Paesi un tempo parte del suo impero coloniale – e non solo quelli – attraverso l’Organizzazione Internazionale della Francofonia (OIF).

E naturalmente la promuove e la difende anche all’interno dei propri confini. Lo fa ormai da molti decenni, attraverso una serie di leggi promosse sia dalla destra che dalla sinistra, dato che la lingua è ritenuta un bene comune, sopra le parti politiche. 

Nel 1965, De Gaulle commissionò a René Étiemble (autore del libro Parlez-vous franglais?) un rapporto sullo stato della situazione e fu così istituita una commissione per la terminologia dell’amministrazione per individuare le lacune del vocabolario e proporre nuove parole da sostituire ai termini stranieri.
Dopo questo passo arrivarono i primi provvedimenti legislativi: il decreto del primo ministro Jacques Chaba-Delmas, nel 1972, seguito durante il governo Chirac, nel 1975, da una legge firmata Valérie Giscard d’Estaing. Nel 1984 furono invece i socialisti a presentare un progetto di legge per vietare i forestierismi nelle pubblicità o nelle denominazioni dei contratti di lavoro, e non certo per sciovinismo, ma per “difendere l’integrità della lingua francese”. Nel 1985, dopo l’istituzione di una nuova commissione (attraverso un decreto del primo ministro Pierre Mauroy) fu pubblicato un arricchimento ufficiale del vocabolario con una lista di termini proposti da utilizzare nell’amministrazione e nelle professioni, per esempio cadreur (cameraman), distribution artistique (cast), contrôle (check out), conteneur ( container).

Nel 1994 è arrivata la legge Toubon, che rende obbligatorio l’uso del francese non solo in ogni atto governativo, ma anche nelle scuole di Stato, nei luoghi di lavoro e nelle contrattazioni commerciali. Per rispetto alla lingua francese e ai francesi, oltre che per la trasparenza della comunicazione, nel linguaggio istituzionale non si possono introdurre anglicismi al posto di termini francesi, e nessun politico può – né si sognerebbe mai – di introdurre act al posto di leggi, tax al posto di tasse, né di riempirsi la bocca di anglicismi ostentati come question time, spending review, stepchild adoption, voluntary disclosure e simili, come invece avviene in Italia.

Inoltre, sul lavoro è vietato usare termini stranieri, proprio in nome della trasparenza. Non appena un’azienda si stabilisce nel territorio francese, tutti, i contratti e i documenti, inclusi i programmi informatici, in francese logiciel (e non software), devono essere disponibili in francese. Alcune aziende come la General Electric Medical Systems sono state condannate e multate per non aver tradotto in francese le istruzioni dei propri prodotti.

A fare la differenza non c’è solo la politica linguistica francese e la legge Toubon, c’è anche il fatto che in Francia, come in Spagna, le accademie creano le alternative agli anglicismi, che raccomandano e pubblicizzano.

È interessante dare uno sguardo alle proposte francesi. Ecco un breve elenco di qualche anno fa, 2018:

smartphone è affiancato da mobile multifunction;
net neutrality → neutralité de l’internet;
smart tv → téleviseur connecté;
blockchain → chaîne de blocs;
deep web → toile profonde;
peer-to-peer → pair à pair;
back office → arrière-guichet;
thumbnail → imagette;
e le fake news che da noi circolano come fosse l’unica espressione possibile (notizie false o bufale? Che vergogna! Che parole antiche!) in Francia si sono trasformate anche in infox (info = informazione + faux = falso).

Naturalmente, va detto che non tutte le alternative prodotte hanno successo, alcune funzionano, altre meno. Ma complessivamente il numero e la frequenza degli anglicismi sono arginati, rispetto all’Italia, e anche quando una proposta sostitutiva non entra nell’uso esiste almeno la possibilità dei parlanti di scegliere, che da noi manca.

Il caso del francese e dello spagnolo testimoniano inoltre come molti termini ritenuti in Italia anglicismi internazionali e intraducibili, invece per centinaia di milioni di persone nel mondo si possono dire nella propria lingua. E si continuano a dire nella propria lingua. Qui sotto si può vedere un esempio della ricorrenza dei termini ordinateur, computer e pc nel corpus di Google Ngram in lingua francese dal 1950 al 2019. Il grafico parla da solo:

Altre lingue

Non sono solo le lingue neolatine né le grandi lingue di comunicazione, come il francese o lo spagnolo, ad essersi dotate di leggi, regole e strategie per promuovere la propria vitalità interna contro l’enorme afflusso di anglicismi. La tutela della lingua si trova in Paesi lontani come la Cina e in quelli vicini come la Svizzera, dove l’italiano è promosso molto meglio che da noi.  La questione è sentita in special modo in Africa, dove intellettuali in odore di Nobel come Ngugi wa Thiong’o (autore di Decolonizzare la mente, Jaca Book, 2015) invitano a ribellarsi all’inglese (“Scrittori, ribelliamoci all’inglese”, la Repubblica 02 Agosto 2019, di Pietro Veronese), la lingua colonizzatrice che “fiorisce sul cimitero degli altri idiomi”.

Un esempio è il caso della lingua islandese, parlata da poche centinaia di migliaia di persone. In Islanda esiste la figura del “neologista” che crea alternative agli anglicismi attraverso neoconiazioni che partono dalle radici endogene, cioè dalla propria lingua. Come la parola tölva, per “computer” nata dall’unione di tala, numero, e völva, profetessa. Un navigatore web si chiama vafri, che viene dal verbo che significa “vagare”, mentre il podcast si dice hlaðvarp, qualcosa che carichi e lanci. Una lingua con una grammatica complessa e quasi inalterata rispetto a un millennio fa, ma il cui vocabolario riesce a tenersi aggiornato senza importare forestierismi crudi.

L’islandese però, come altre lingue scarsamente rappresentate dal punto di vista del numero di locutori, si trova a fronteggiare un problema diverso. La scarsità d’interesse delle grandi multinazionale a produrre o tradurre contenuti nella loro lingua.

In un’epoca in cui le persone passano moltissimo tempo su internet e fruiscono di contenuti da Facebook, Youtube, Amazon o Netflix, un bacino così ristretto di parlanti può mettere la lingua nella condizione di essere “digitalmente minoritaria”, come dice Eiríkur Rögnvaldsson, professore di linguistica e lingua islandese all’università dell’isola.

L’obbligo ad usare il solo inglese in ambiti così importanti della vita sta avendo grandi impatti soprattutto sui più giovani, che spesso hanno tra loro conversazioni miste, o conoscono il nome inglese di un oggetto ma non il corrispettivo islandese. La lingua ha resistito ad influenze esterne in passato – come il lungo dominio politico danese – ma in 10 anni le rivoluzioni tecnologiche hanno portato i cellulari multifunzione in ogni tasca e la pervasività dei nuovi mezzi è pazzesca. Anche le applicazioni mobili che sono tradotte, spesso hanno traduzioni parziali o fatte talmente male (come Facebook) che gli utenti sono spinti in poco tempo a tornare alla versione in inglese. A questi colossi, soprattutto americani, supportare la lingua islandese per i suoi trecentomila parlanti ha lo stesso costo che supportare i 270 milioni di francofoni o i 450 milioni di ispanofoni. Economicamente, non conviene.

L’italiano non ha questo problema. La nostra lingua è ufficiale in Italia, ottava economia del mondo, e in Svizzera, ventesima. Conta su un bacino di madrelingua che oscilla tra i 65 e i 75 milioni, a seconda delle stime. Senza contare il prestigio culturale che la nostra lingua ha avuto e ha tuttora in tutto il mondo. Le aziende rilasciano i contenuti in lingua italiana insieme a quelli nelle altre maggiori lingue europee, perché hanno interesse a farlo. E l’industria culturale italiana continua a produrre contenuti apprezzati a livello internazionale.

Gli italiani e i loro rappresentanti politici dovrebbero superare i complessi di inferiorità collettivi e le paure di ripercorrere politiche estreme come quelle fasciste, e prendere spunto dai tanti Paesi democratici che tutelano la propria lingua e la propria cultura, non per chiudersi, ma per preservare e continuare a donare al mondo il proprio punto di vista, differente e prezioso.