Impatto e conseguenze

L’influenza dell’inglese sulle altre lingue, fenomeno globale, sta avendo sull’italiano un impatto molto più forte di quello che ha su altri idiomi, a cominciare da quelli neolatini.

Le altre lingue tendono a ricevere gli anglicismi adattandoli, traducendoli, o sostituendoli con neologismi. Si sforzano ancora di rendere il concetto con i propri riferimenti culturali e linguistici. L’italiano ha smesso di farlo.

E la causa di questo siamo noi, gli italofoni, i locutori dell’italiano. Perché la lingua la fa chi la parla. Certamente però, esiste una gerarchia tra i parlanti. Non tutti hanno modo di influenzare gli altri nella stessa misura. Infatti un grande giornale, o un programma televisivo molto seguito, o personaggi molto ascoltati sulle reti sociali, oppure un uomo politico, hanno molta più visibilità. E di conseguenza anche le parole che scelgono. Gli anglicismi entrano in italiano soprattutto dall’alto, attraverso i mezzi d’informazione, i politici e il mondo accademico e professionale.

Scegliamo di non creare più neologismi. Ce ne vergognamo. Eppure l’abbiamo sempre fatto. Abbiamo la lampadina, l’automobile, il forno a microonde, la stampante, usiamo gli elettrodomestici e il telefono cellulare. Ma le parole italiane – per struttura, grafia, pronuncia – che inventiamo sono sempre meno. Scegliamo di non tradurre e neppure di adattare, italianizzando l’anglicismo, neanche per la sola pronuncia. Perché pronunciare “ui-fi” la parola wi-fi, come fa senza problemi chi parla spagnolo o francese, in Italia è considerato socialmente disdicevole. L’importante è mostrare di conoscere l’inglese, e la corretta pronuncia. Anche se si sta parlando in italiano. E anche se l’inglese vero, magari, non lo si conosce e non lo si sa usare.

Le conseguenze di questo senso di inferiorità collettivo sono enormi. Abbiamo rinunciato a rielaborare i concetti secondo le nostre categorie. Possiamo solo importarli così come sono dal mondo anglosassone. La nostra lingua diventa sterile, perde la sua creatività, e il nostro lessico si cristallizza sul passato, diventando sempre meno adatto a descrivere il presente e il futuro. Il rischio, già in parte reale, è che vengano a mancare le parole, letteralmente, per parlare di determinati argomenti. E questo è accompagnato e rafforzato da scelte politiche guidate da un’ideologia anglomane che sta riuscendo a scalzare l’italiano dal mondo della scienza e dell’università, così come da quello del lavoro in settori sempre più estesi. Ci auto convinciamo che la nostra lingua è inadatta e che cercare di farla evolvere in modo coerente sia un atto di chiusura e di purismo. Non è così e basterebbe un veloce confronto con altre realtà linguistiche per rendersene conto.

L’Italia è ad oggi l’ottava economia del mondo, Paese del G7, erede di un enorme patrimonio culturale che vanta tra i suoi primati il maggior numero di siti UNESCO riconosciuti patrimonio dell’umanità. La lingua italiana, pur non avendo uno spazio linguistico ereditato da un lungo impero coloniale (come francese, spagnolo, portoghese e lo stesso inglese) è diffusa e parlata in diversi Paesi dove non è ufficiale, è un legame con i 60 milioni di discendenti di emigrati italiani in tutto il pianeta, è la lingua della lirica e dell’arte, la lingua veicolare di fatto della Chiesa cattolica, la lingua del Papa e della diplomazia vaticana. Una lingua tra le più studiate e amate. Anche per quella sua musicalità che le orecchie straniere le riconoscono, derivata dalla terminazione in vocale della maggior parte delle sue parole. Una musicalità che noi stiamo distruggendo, ibridando la nostra lingua con parole inglesi crude, dal suono e dalla grafia diverse, rendendola una accozzaglia di suoni e segni male assortiti. Con quale vantaggio? Nessuno.

Dovremmo tutti riflettere e renderci conto che la conoscenza della lingua veicolare di ciascun momento storico, oggi l’inglese in massima parte, non significa dover rinunciare alla propria lingua. Il mondo, che adotta l’inglese come principale lingua franca, è e resta plurilingue. 

Nessuno rinuncia a parlare la propria lingua: perché noi dovremmo?