La fabbrica degli anglicismi

Uno dei luoghi comuni di chi osteggia la traduzione in italiano degli anglicismi crudi, è che si tratti di una forzatura operata dall’alto. Una coercizione rispetto a una tendenza naturale, dal basso. Un’imposizione contro la democrazia della lingua che viene “fatta da chi la parla”.

Ma siamo proprio sicuri che in italiano gli anglicismi arrivino dal basso, “dal popolo”?

Se è vero che la lingua la fa chi la parla, è anche vero che non tutti abbiamo modo di far ascoltare le parole che scegliamo dallo stesso numero di persone. L’articolo di un giornale o un servizio televisivo, così come un contenuto pubblicato su un profilo molto seguito sulle piattaforme sociali, saranno letti o ascoltati da un pubblico molto maggiore rispetto a un discorso o a un commento di un privato cittadino sconosciuto. Di conseguenza, se un giornalista, una persona influente in Rete, un politico, il responsabile comunicazione di una grossa azienda, scelgono di usare un anglicismo, questo avrà grosse possibilità di diffondersi e attecchire.

E infatti la maggior parte degli anglicismi crudi entrano in italiano dall’alto: attraverso le istituzioni politiche, la televisione, la stampa, e attraverso il mondo delle professioni e delle aziende privarte, che li scelgono sempre più spesso anche per rivolgersi ai semplici consumatori. 

La stampa e l’esempio della pandemia

Un esempio chiaro di questa dinamica si è avuta con la recentissima pandemia di Covid-19.  Nel giro di un paio di mesi dallo scoppio della pandemia del 2020, hanno conquistato la stampa parole come lockdown, smart working e droplet. Si parla di covid hospital, covid pass, wet market e si usano altre espressioni che provengono dall’ambito scientifico (spike, spillover) o politico-economico (recovery fund, coronabond). Un’analisi degli anglicismi del lessico giornalistico e televisivo mostra anche che una gran quantità di vocaboli già in circolazione hanno aumentato la loro frequenza (trend, screening, task force) o si sono radicati in modo più consistente (hub, cluster, call). Questo lievitare dell’inglese sembra in linea con ciò che sta avvenendo nella nostra lingua da molti decenni, con la differenza che l’esposizione mediatica del coronavirus lo ha accelerato e amplificato, e ci consente di vederne meglio i meccanismi di propagazione come attraverso una lente di ingrandimento.

Quando la Cina ha deciso di imporre la chiusura di Wuhan, il 23 gennaio 2020, non si parlava ancora di lockdown. E quando il coronavirus è scoppiato in Italia, alcuni comuni della Lombardia sono stati dichiarati “zona rossa” (23 febbraio). Poi è arrivata la chiusura delle scuole (4 marzo), dell’intera regione (8 marzo) e di tutta l’Italia (9 marzo). La lingua dei giornali parlava di chiusura (tutto chiuso, chiusa l’Italia), di un Paese blindato da provvedimenti restrittivi, di blocco, isolamento, confinamento, serrata, quarantena e in senso lato persino di coprifuoco. Insomma, fino a che il problema era cinese e italiano non si è registrata un’interferenza dell’inglese significativa.

Tutto è mutato con rapidità quando il virus a corona ha raggiunto i Paesi anglofoni. Mentre da noi si parlava ancora di “misure cinesi”, i decreti italiani sono diventati per vari governi europei il “modello” di come una democrazia potesse varare analoghi provvedimenti restrittivi, e la stampa anglofona ha etichettato tutto ciò “Italy lockdown“.

A metà marzo, mentre il presidente Conte annunciava il decreto “Cura Italia”, l’anglicismo è entrato ufficialmente nei titoli di molti giornali e in televisione, e le virgolette sono definitivamente cadute insieme alle spiegazioni da affiancare. Nell’archivio del Corriere.it la sua occorrenza era di poche unità all’anno. Si trovava solo negli articoli che riferivano dei blocchi di scuole o quartieri statunitensi messi in “lockdown” durante eventi terroristici o sparatorie in corso. Al 30 aprile 2020 gli articoli erano più di 1.000 (114 in marzo, quasi 900 in aprile). Il provvedimento non era più una misura statunitense, è diventata la nostra, e persino Conte ha usato questa parola più di una volta in televisione. Compiendo analoghe ricerche su quotidiani come Le Monde o El País l’anglicismo risulta invece assente o quasi, esattamente come non compare sulla Wikipedia francese e spagnola, al contrario di quella italiana. Non si tratta perciò di un “internazionalismo”, ma di un fenomeno di “trapianto” tipicamente nostrano. Sembra quasi che non appena il “modello italiano” sia diventato internazionale, abbiamo cessato di esprimerlo nella nostra lingua per passare all’inglese, come facciamo con l’italian design e il made in Italy. È un percorso ben diverso da quello che accadeva in passato, per esempio quando il periodo di isolamento di quaranta giorni della quarantena si è diffuso in tutto il mondo molto probabilmente dall’italiano (in inglese quarantine, in francese quarantaine, in spagnolo cuarentena).

Dai giornali alla scienza e alla tecnica

Il lessico inglese non è solo il modello linguistico preferito dai giornalisti, è anche la lingua prevalente della scienza e di moltissimi altri ambiti. Quando la parola passa agli esperti, nei programmi televisivi accade dunque che ricercatori, economisti, politici e tecnici calino l’inglese dall’alto battezzando sempre più spesso ciò che è nuovo in inglese crudo. Per questo è passata l’informazione che il virus a corona è caratterizzato da uno “spuntone che si chiama spike”, e talvolta si è designata la sua proteina di superficie con spike protein. In italiano esisterebbe spinula (come si indica in ambito scientifico e biologico una formazione anatomica o patologica a forma di spina) e si potrebbe benissimo dire la proteina a spinula. Antonio Zoppetti ha domandato all’immunologa Maria Luisa Villa, che da anni si batte per non abbandonare l’italiano nella scienza, se fosse lecito parlare di spinula. Lei ha risposto che la trovava un’ottima traduzione e che avrebbe chiesto un parere a qualche collega virologo per capire se qualcuno dicesse così, aggiungendo sconsolata: ma “temo che l’argomento sia per loro di scarso interesse”. Al virologo Fabrizio Pregliasco la traduzione è piaciuta, ma il punto è che, davanti a una parola nuova, la soluzione più in voga è quella di usare l’inglese senza nemmeno porsi il problema. Se questa diventa l’unica strategia, però, risulta patologica per il nostro lessico, che cessa di evolvere per definire ciò che è nuovo per via endogena, con il risultato che una buona metà dei neologismi del nuovo millennio è in inglese, stando ai dizionari.

Di esempi come questo potremmo citarne molti altri, a cominciare dallo smart working, che in inglese non esiste (è uno pseudoanglicismo nato in Italia) e che si può rendere benissimo con lavoro da casa, a distanza o da remoto, oppure con i termini più tecnici lavoro agile, distinto giuridicamente dal telelavoro.

Capire il proprio ruolo

Da un grande potere derivano grandi responsabilità. Citazione cinematografica che usiamo per far comprendere ai giornalisti e ai loro direttori, così come a tutti coloro che possono influenzare gli altri e le parole che sceglieranno, che hanno una responsabilità. Che possono aiutare la nostra – e la loro – lingua a restare viva e che questo è un fatto positivo. Non una chiusura o un atto di purismo, ma un aiuto concreto per arricchire e tenere aggiornato uno strumento indispensabile per la nostra vita: il codice che usiamo ogni giorno per pensare e per comunicare.