Enrico Letta e l’invasione del Canton Ticino

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Amici Svizzeri, nessun timore, l’Italia non sta pianificando di invadere la Confederazione e annettere il Ticino. Non serve scomodare la Storia ricordando i piani fascisti di annessione della Svizzera italiana (né specularmente il tema elvetico del vero confine meridionale). Si tratta di una provocazione, o meglio della risposta a una provocazione del ministro degli esteri russo. Lavrov, seguendo la narrativa russa che tenta di giustificare l’invasione dello stato sovrano dell’Ucraina spacciandolo come un tentativo di difesa dei russofoni ucraini, ieri, in un intervento pubblico, si è chiesto cosa farebbe la Francia “se il Belgio vietasse la lingua francese”. La Russia infatti sostiene che la sospensione della legge Ucraina che sanciva la co-ufficialità del russo in alcune regioni, giustifichi il proprio intervento militare in quelle regioni.

Sappiamo tutti che non è così, ma il segretario del Partito democratico italiano Enrico Letta ha voluto ribadire l’assurdità della posizione russa con un paragone: l’Italia non invaderebbe il canton Ticino se la Confederazione dovesse proibire la lingua italiana.

«No, Ministro Lavrov, la Francia non invaderebbe il Belgio e l’Italia non occuperebbe il Ticino, uccidendone soldati e civili. Questa è la differenza tra noi e voi. Tra le democrazie europee e il vostro regime», ha cinguettato l’ex presidente del consiglio italiano sulla nota rete sociale.

Potete leggere qui la posizione ufficiale ucraina sulla contestata legge ucraina sulle lingue, dichiarata incostituzionale nel 2018 ma di fatto mai abolita, mentre qui trovate un’opinione in merito del nostro collaboratore e saggista Antonio Zoppetti.

Questi temi ci ricordano che le questioni linguistiche si intrecciano in modo inestricabile con quelle delle identità etniche, sociali e culturali, e fuori dalla miopia italiana, sono un fattore politico di primo piano quasi ovunque.
Nulla – ripetiamolo insieme: nulla! – giustifica l’invasione e la violazione dell’integrità territoriale di uno stato sovrano. Ci sono altri modi per difendere legittimamente le minoranze linguistiche.
L’Italia, seppur con margini di miglioramento, l’ha fatto e lo sta facendo nelle regioni storicamente italofone di Slovenia e Croazia. Vogliamo pensare dunque che se per assurdo la Confederazione abolisse l’italiano, Roma si muoverebbe con i mezzi della diplomazia e della persuasione per evitarlo.

Quello che auspichiamo, oltre chiaramente alla fine della guerra d’invasione quanto prima e a un tavolo di ricostruzione che affronti il tema del plurilinguismo all’interno di confini ucraini integri e sicuri, è che questi fatti così gravi ci ricordino che le lingue sono l’espressione più forte di una cultura. E che vanno rispettate e promosse. Speriamo dunque che l’Italia non solo non invada il Ticino, ma che prenda spunto dalla sua Costituzione, che all’articolo 1 afferma che “Il Cantone Ticino è una repubblica democratica di cultura e lingua italiane”, mentre nel suo preambolo si legge che il popolo ticinese è “fedele al compito storico di interpretare la cultura italiana nella Confederazione elvetica”. Forse è ora che anche l’Italia torni a guardare alla propria lingua con fiducia e orgoglio, proteggendola e diffondendola, invece di limitarne progressivamente l’uso con una politica linguistica basata unicamente sull’idolatria irrazionale dell’inglese.

 


Fonte: twitterbluewin | Copertina: wikimedia

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