6 settembre 1943, Churchill teorizza l’inglese globale: gli imperi del futuro sono quelli della mente

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Oggi ricorre un anniversario che pochi conoscono. Esattamente 79 anni fa, il 6 settembre del ’43, il primo ministro inglese Winston Churchill pronuncia all’Università di Harvard un famoso discorso sul “Dono di una lingua comune”, che può essere letto in originale sul sito della fondazione Churchill, a questa pagina.

Quando le sorti della Seconda guerra mondiale iniziavano ad essere favorevoli agli Alleati, si cominciava a immaginare un nuovo ordine mondiale. Churchill, molto lucidamente, comprese l’enorme potenzialità che il rendere la propria lingua una lingua comune a livello mondiale avrebbe portato alle nazioni che quella lingua la parlavano nativamente. Gran Bretagna e Stati Uniti in primis. “Se noi, i Paesi di lingua inglese, siamo uniti, nulla è impossibile”, sostiene. Il suo ragionamento è chiaro. Riguardo i piani di diffondere l’inglese come lingua mondiale per la comunicazione internazionale afferma che essi:

“offrono guadagni di gran lunga superiori che non il togliergli province e territori o schiacciarlo con lo sfruttamento. Gli imperi del futuro sono quelli della mente.”

Ma questo non è un ragionamento astratto, bensì un piano molto concreto, che viene presentato nel discorso. L’idea è quella di una lingua semplificata adatta per gli affari e lo scambio di idee a livello internazionale:

Some months ago I persuaded the British Cabinet to set up a committee of Ministers to study and report upon Basic English. Here you have a plan. There are others, but here you have a very carefully wrought plan for an international language capable of a very wide transaction of practical business and interchange of ideas. The whole of it is comprised in about 650 nouns and 200 verbs or other parts of speech – no more indeed than can be written on one side of a single sheet of paper.

Alcuni mesi fa ho convinto il gabinetto britannico a istituire un comitato di ministri per studiare e presentare un rapporto sull’inglese di base. Ecco un piano. Ce ne sono altri, ma qui c’è un piano molto curato per una lingua internazionale in grado di effettuare un’ampia transazione di affari pratici e di interscambio di idee. L’intero progetto è composto da circa 650 nomi e 200 verbi o altre parti del discorso – non più di quanto si possa scrivere su un solo lato di un foglio di carta.

Una visione che vuole fornire un mezzo di intercomprensione all’umanità, ma senza perdere di vista i vantaggi che questo mezzo non sia una lingua neutrale o artificiale come l’esperanto, ma la propria.

Sarebbe certamente una grande comodità per tutti noi poterci muovere liberamente per il mondo – come potremo fare più liberamente che mai con lo sviluppo globale della scienza – poterci muovere liberamente per il mondo e trovare ovunque un mezzo, anche se primitivo, di comunicazione e comprensione. Non potrebbe anche essere un vantaggio per molte razze e un aiuto alla costruzione della nostra nuova struttura per preservare la pace?

La diffusione di questo inglese globale si inserisce naturalmente nella discussione, citata nella parte finale del discorso di Harvard, sulle nuove organizzazioni internazionali che sostituiranno l’ormai fallita Società delle Nazioni di Ginevra. L’Organizzazione delle Nazioni Unite avrà, non a caso, la sua sede a New York, in un Paese anglofono.

Questo disegno figlio del colonialismo inglese è stato poi pienamente realizzato dagli Stati Uniti. Le leve principali del successo tra le masse sono due: l’espansione delle multinazionali e della loro lingua, e la creazione del mito americano. Supportati dall’evoluzione tecnologica.

Mezzo secolo dopo Churchill, l’ex funzionario dell’amministrazione Clinton, David Rothkop, ha dichiarato:

“L’obiettivo centrale della politica estera nell’era dell’informazione deve essere, per gli Stati Uniti, il successo dei flussi dell’informazione mondiale, esercitando il suo dominio sulle onde come la Gran Bretagna, in altri tempi, lo ha esercitato sui mari. (…) Ne va dell’interesse economico e politico degli Stati Uniti vegliare affinché sia l’inglese a essere adottato quale lingua comune del mondo; affinché siano le norme americane a imporsi nel caso si dovessero emanare norme comuni in materia di telecomunicazioni, di sicurezza e di qualità; affinché, se le varie parti del mondo sono collegate fra loro attraverso la televisione, la radio e la musica, i programmi trasmessi siano americani: e affinché, a essere scelti come valori comuni, ci siano valori in in cui gli Americani si riconoscono.” (David Rothkop, “In Praise of Cultural Imperialism?” in Foreign Policy, n. 107, estate 1997).

Come ha scritto Antonio Zoppetti, non c’è alcun complotto e nessuna sala dei bottoni dove queste cose vengono determinate. C’è una strategia più simile ai meccanismi della selezione naturale. Le multinazionali si espandono alla ricerca del profitto in tutto il mondo, imponendo allo stesso tempo la loro lingua e la loro terminologia (insieme alla loro logica) attraverso la pubblicità e le strategie di conquista. Nelle vetrine dalle insegne in inglese vediamo le sneaker, il black friday, le etichette con gli special prize… quando diciamo decoder invece di decodificatore, ripetiamo quello che leggiamo sulle scatole dei prodotti che compriamo. Le interfacce informatiche ci ammaestrano con i loro snippet, widget, timeline, homepage, link, download…
Il mondo del lavoro parla inglese, la cultura è ormai identificata con quella anglo-americana, che usa la terminologia inglese, dal cinema alle scienze sociali, dal marketing allo sport, dalla scienza alla tecnologia… E in questo contesto anche la scuola parla (e dunque forma) in itanglese e ci sono università che erogano ormai i corsi in inglese, mentre l’Europa punta all’inglese come lingua sovranazionale (alla faccia dei principi costituenti basati sul plurilinguismo) con i documenti bilingui a base inglese e altri subdoli analoghi provvedimenti. Dall’albertosordità del tu vuo’ fa’ ‘americano siamo passati al “siamo tutti americani” con cui si è aperto simbolicamente il nuovo Millennio.

Il fenomeno dell’influenza dell’inglese sulle altre lingue è globale, ma al contrario di ciò che avviene in Francia e in Spagna, questo inarrestabile fenomeno non è controbilanciato da alcuna pressione interna contraria. In Italia non ci sono né leggi, né accademie o associazioni linguistiche a tutela della nostra lingua. Accecati dal nuovo modello americano globalizzato, gli italiani agevolano dall’interno la propria distruzione culturale, e dunque linguistica. E se ne compiacciono.

Mentre nella vicina Svizzera si fanno interpellanze parlamentari e si organizzano conferenze internazionali (in italiano) sull’impoverimento dell’italiano accademico e scientifico, nella campagna elettorale italiana perfino il partito che parla più apertamente di tutela della lingua italiana è ossessionato dal livello d’inglese degli studenti e punta su un’università ancora più anglicizzata. Stiamo cercando di ricordare ai politici l’importanza di riprendere a far evolvere l’italiano per mantenerlo vivo e vitale, con una campagna cui puoi partecipare anche tu con un minuto del tuo tempo.

In uno scenario mondiale che si sta rapidamente – e nel modo peggiore – deglobalizzando, conviene ragionare seriamente su come i vantaggi dati dal “dono di una lingua comune” debbano convivere con la tutela della diversità culturale e linguistica di un mondo che vuole e deve conservare la propria pluralità.

 

Il 25 settembre voti? #Votaperlitaliano!

Scopri la nostra iniziativa per sensibilizzare i candidati alle elezioni Politiche italiane 2022 sul tema della tutela e promozione della lingua italiana. Usa il modulo qui sotto per scrivere a un politico, o leggi maggiori dettagli qui.


 

 


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