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La Francia raccomanda termini francesi nei testi ufficiali riguardanti i videogiochi

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In Francia, come in Spagna e altrove (ma non in Italia), le accademie linguistiche si preoccupano proattivamente di suggerire alternative ai forestierismi – quasi tutti anglicismi – incipienti. Molte di queste attecchiscono, altre no. Per quanto riguarda l’italiano invece è stata l’iniziativa di un privato, sostenuto dal nostro portale, a creare e manutenere l’unico vero dizionario delle alternative agli anglicismi attualmente disponibile.

Nel caso della Francia, alcuni di questi termini possono essere vincolanti nell’uso all’interno di documenti pubblici. Lo scorso lunedì sono entrati in gazzetta ufficiale alcuni termini coniati per il mondo videoludico. Tra questi, “jeu video de competition”, videogiochi competitivi, al posto di e-sports, “joueur professionnel (pro-gamer), joueur-animateur en direct” (streamer) e “jeu video en nuage” (cloud gaming). Il ministero della cultura, che affianca l’Academie française nell’introduzione dei neologismi nella comunità dei parlanti, ha specificato come questi cambiamenti siano stati attuati per facilitare la comprensione anche a chi non è videogiocatore, e permettere una comunicazione più agevole. Non solo. Uno scopo più generale è studiare e creare neologismi che permettano di mantenere il francese al passo con l’evoluzione della scienza e della tecnologia, senza ricorrere per forza a termini stranieri.

A chi sostiene che questa sia una politica linguistica “arretrata” o “chiusa”, che isola “dal resto del mondo”, basta mostrare i fatti. La lingua francese evolve, senza che questo impedisca all’economia e alla tecnologia francese di evolvere. L’esagono è molto avanzato sul piano tecnologico, dell’energia, della mobilità elettrica e anche in campo informatico. Nonostante si dica unicamente“manette” al posto di “joystick” , la parigina “Ubisoft” è tra le prime dieci case di produzione di videogiochi al mondo. Il progresso di un paese (o la modernità se si vuole) non dipende certo dalla lingua parlata. Le competenze non si acquisiscono col chiamarle skills. Ne avevamo parlato in questo articolo, scritto da un nostro collaboratore che vive a Parigi, e in un approfondimento sulla legge Toubon.

Naturalmente non è affatto detto che tutti questi nuovi termini francesi attecchiscano nell’uso della maggior parte dei parlanti, ma intanto esistono, vivono nei testi ufficiali e hanno occasione di circolare. Se son rose, fioriranno. Il gruppo Incipit della Crusca, purtroppo, nonostante l’impegno indubbio dei singoli, ha prodotto solo una trentina di suggerimenti in 7 anni di vita. Un po’ pochini.

Ma la cosa più avvilente è l’atteggiamento dei mezzi di comunicazione italiani verso questa notizia. Un atteggiamento spocchioso che parla di divieti e parole bandite, o addirittura irride i “cugini francesi” accusati di rendersi incomprensibili al resto del mondo. Come se bastasse qualche parola per farsi capire in inglese.

La sintesi migliore di questo modo di pensare becero la troviamo ascoltando questo brano tratto da una trasmissione di radio RDS, registrato e condiviso ieri con noi dall’amico Uccio Laguardia. Non manca niente, dall’inglese come necessità per non isolarsi dal mondo (chissà poi se i conduttori parlano attraverso un microphone oppure un microfono) al classico riferimento al fascismo.

Buon ascolto a chi vuole ridere (per non piangere):

 


Copertina da pxhere

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