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Ben detto, presidente Draghi: perché dobbiamo sempre usare tutte queste parole inglesi?

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Le istituzioni politiche italiane sono oggi, insieme alla stampa, tra le maggiori fonti da cui gli anglicismi crudi entrano in italiano. Pensiamo al cashback e al cashless di Giuseppe Conte, al lockdown apparso sui giornali per la prima volta un anno fa e da lui rilanciato.

Oggi il presidente del consiglio è un altro, Mario Draghi, appartenente al grande mondo della finanza internazionale, per lunghi anni a capo della Banca centrale europea, dove l’inglese è lingua veicolare e dove pronunciò il suo famoso “whatever it takes” (a qualunque costo) ripreso senza traduzione dai giornalisti italiani. La sensazione di molti era che avrebbe proseguito, e forse incrementato, l’uso di anglicismi nei suoi discorsi pubblici.

Ma nel suo discorso pubblico di oggi, durante la visita al Centro vaccinale anti-covid di Fiumicino, il presidente Draghi ha inaspettatamente toccato il tema degli anglicismi – subito dopo averne usati un paio – con una battuta. Potete ascoltarla in questo video, al minuto 14:20

Dopo aver usato il termine “lavoro agile”, Draghi legge nel discorso una frase che contiene il corrispettivo pseudo-inglese: “Per chi svolge attività che non consentono lo smartworking, sarà riconosciuto l’accesso […] al contributo babysitting“. Una breve pausa. E poi: “Chissà perché dobbiamo sempre usare tutte queste parole inglesi…”

È un’ottima domanda, presidente. E la risposta è: non dobbiamo. Non c’è alcun motivo vero. Le usiamo perché le sentiamo usare da persone come lei, alte cariche istituzionali, esponenti politici, e da giornalisti della carta stampata e della televisione.

Lo scorso anno noi di Italofonia.info abbiamo sostenuto la petizione degli Attivisti dell’italiano promossa da Antonio Zoppetti e altri intellettuali e professionisti per chiedere al Capo dello Stato Mattarella una presa di posizione contro l’abuso di anglicismi nel linguaggio politico. Una scelta che porta con sé scarsa trasparenza, poca chiarezza, che invece dovrebbe essere la priorità nei confronti dei cittadini. Specie in tempi di emergenza come quelli che stiamo vivendo da oltre un anno.

Quindi, presidente Draghi, se ritiene che le parole inglesi nei suoi discorsi siano troppe, scelga di non pronunciarle, scelga di non dirle. E magari suggerisca ai suoi ministri di fare lo stesso. È una sua scelta. Smartworking, come sa, in inglese non si usa, mentre in italiano si può dire “lavoro da remoto”, e la babysitter si può chiamare tata, o si può parlare di “cura dei figli”. Se cerca dei suggerimenti, esiste un ottimo dizionario della alternative. Lo scopo non è estirpare ogni forestierismo, ma semplicemente non abusarne. Tornare a pensare e parlare nella nostra lingua, con le nostre metafore, nel modo più chiaro per tutti. Si tratta di una delle tante responsabilità che un ruolo di visibilità e potere comporta.

È una sfida che lei può raccogliere, probabilmente più semplice di tante altre sfide che si trova a fronteggiare. Ci piacerebbe sentirle dire che anche la chiarezza verso i cittadini e il rispetto verso un bene comune come la nostra lingua è un impegno da mantenere “a qualunque costo”.

 

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