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Parte ITsART, la piattaforma dal brutto nome inglese ma… tutta in italiano

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Oggi vede la luce ITsART, il “palcoscenico virtuale” della cultura italiana voluto dal ministro della cultura italiano, Dario Franceschini, per promuovere nel mondo il patrimonio culturale del Paese. Naturalmente quando in Italia dici “nel mondo” vuoi dire “in inglese”, perché evidentemente la lingua italiana non fa parte del nostro patrimonio e non è abbastanza evocativa per essere usata all’estero. Peccato che il mondo commerciale sia pieno di aziende straniere con nomi pseudoitaliani per il forte valore che hanno, soprattutto nel campo gastronomico, automobilistico, del lusso e della moda (acqua Panna aumentò notevolmente le sue quote di mercato in Asia in soli 18 mesi semplicemente aggiungendo la parola Toscana sulle etichette). E poco importa il successo dei Maneskin, freschi vincitori dell’Eurovision Song Contest ed entrati nelle classifiche musicali di 30 Paesi (Regno Unito compreso) con il loro brano in italiano.

E quindi questo palcoscenico della cultura italiana si chiama ITsART. Un nome banale (un po’ come se un gruppo italiano di costruzioni volesse chiamarsi, non so… WeBuild) ma al contempo poco comprensibile, tanto che sulla versione aziendale (scusate, “corporate”) della piattaforma, lo devono spiegare: L’Italia è arte > Italy’s Art > ITsART.
Dall’italiano all’inglese, ottima sintesi da ciò che sta succedendo all’Italia.

Noi avevamo provato ad opporci ma evidentemente senza successo.

Ma la cosa più comica è che il sito è attualmente disponibile… esclusivamente in lingua italiana. Non vi è traccia di versioni in inglese o in altre lingue e non è stato comunicato quando queste saranno disponibili. La stessa cosa era accaduto con un’altra creatura franceschiniana, il portale VeryBello che nel 2015 doveva essere la vetrina dell’Expo milanese nel mondo, ma che aggiunse solo nelle ultime settimane della manifestazione una versione in inglese.

Nel frattempo il ministero degli Esteri ha creato un progetto in parziale sovrapposizione, “Italiana“, mentre la Rai, televisione di stato con un enorme repertorio di documentari, sceneggiati, concerti, opere e quant’altro, non partecipa ma annuncia che il nuovo canale internazionale (naturalmente solo in lingua inglese) servirà anche per “promuovere la cultura italiana all’estero”.

Sarebbe forse consigliabile mettere a fattor comune gli sforzi in un unico progetto, di ampio respiro, localizzato in più lingue ma dal nome e dal cuore italiano, dato che la nostra lingua è parte della nostra cultura e all’estero è amata e ammirata. Ma forse quando anche il Sommo Poeta diventa “global” vuol dire che la strada è davvero in salita.

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