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Dal Coronavàirus allo smart working

In questi giorni l’Italia è sotto i riflettori mondiali per il contagio da virus Covid-19. Ci sono centinaia di contagiati, diversi morti, e danni economici importanti, per cui la nostra solidarietà va alla popolazione italiana, in particolare a quella delle regioni più colpite, al governo e alle autorità sanitarie. Così come va a tutte le persone nel mondo contagiate dal virus. Il testo che segue avrà una buona dose di ironia, come altri nostri articoli, ma ci teniamo a precisare che questo non vuole essere in alcun modo inteso come una mancanza di rispetto a una vicenda seria come questa.

In questo articolo vogliamo trattare l’aspetto linguistico collegato alla vicenda, in particolare in seguito alla comunicazione istituzionale rispetto al fenomeno.

Partiamo dal protagonista, il coronavirus Covid-19. Prima domanda: pensate si tratti di un virus?

A utilizzare la pronuncia inglese “vairus”, alquanto bizzarra in italiano, è stato niente di meno che il ministro degli esteri italiano Luigi di Maio nel corso di una conferenza stampa un paio di settimane fa:

 

La cosa ha immediatamente (e fortunatamente) scatenato l’ironia sulle reti sociali, ben ripresa anche da alcuni programmi televisivi:

 

Del resto Di Maio non è nuovo all’uso di anglicismi oscuri, con effetti piuttosto ridicoli. Ricordiamo la sua dichiarazione dello scorso anno sulla firma di un “MoU”, pronunciato “em-oh-iù”, sulla Nuova Via della Seta cinese. L’MoU sta per Memorandum of Understanding, che in italiano si è sempre tranquillamente chiamato “Memorandum d’intesa”. O i noti (perlomeno inizialmente) “navigator” che avrebbero dovuto orientare i lavoratori rimasti senza occupazione verso nuove prospettive di lavoro. Figure che lo stesso responsabile del progetto Mimmo Parisi definì infatti “orientatori”.


Nonostante questo, in alcune discussioni nate intorno alla pronuncia anglicizzata del ministro, c’è chi lo difende a vario titolo. Chi in nome del ruolo di “koiné scientifica” della lingua inglese…

.. chi invece in nome della posizione dei due componenti la parola: “corona-virus” e non “virus-corona”, il che significa che la parola composta nasce in inglese e di conseguenza è corretto pronunciarla all’inglese. La stessa fautrice di questa tesi – poi autocensuratasi rimuovendo tutti i suoi commenti dalla discussione prima che potessimo immortalarli – suggerisce che per lo stesso motivo “multimedia” si debba pronunciare “malti-midia”. Non ha però risposto a chi le chiedeva se dunque l’aggettivo si dovesse dire “maltimidiale”.

Noi ci ritroviamo a grandi linee nei commenti di questo utente:

L’argomentazione della superiorità dell’inglese in quanto lingua franca della scienza (e dell’economia, della tecnologia, ecc. ecc…) è il punto che vogliamo sottolineare. Un tema ricorrente, che qui viene utilizzato per giustificare l’uso di quello che si ritiene un anglicismo e la sua conseguente, obbligatoria, pronuncia originaria.

A questo possiamo ribattere anzitutto che in molte lingue – in primis quelle neolatine – gli anglicismi sono molto meno frequenti che in italiano e che spesso, ove presenti, vengono adattati alla pronuncia della lingua ospitante. Un esempio semplice in questo video didattico:

In seconda battuta possiamo dire che l’utilizzo della lingua inglese come koiné non sta frenando molti Paesi dall’utilizzo della propria lingua per produrre contenuti scientifici, che poi verranno condivisi anche tramite traduzione in inglese con la comunità internazionale. Così la Germania, la Francia, la Spagna, il Brasile (dove i testi scientifici in portoghesi aumentano a discapito di quelli in inglese), della Cina (ormai seconda al mondo per produzione di letteratura scientifica). L’Italia invece segue il passo dell’Olanda, che ha quasi del tutto abbandonato l’uso della lingua madre nella produzione scientifica.



Figlia di questo atteggiamento è la scelta del Politecnico di Milano di eliminare progressivamente l’italiano a favore di un monolinguismo inglese nelle proprie aule. Un’università finanziata dalle tasse dei cittadini italiani che crede che l’unico modo per avere migliori ingegneri e architetti sia obbligare studenti italiani e professori italiani a parlare inglese tra loro chiusi in un’aula universitaria.

La scelta del ministro di pronunciare “vairus” non è dunque un lapsus, ma una scelta dettata dal provincialismo che in Italia sempre di più viene confuso con un atteggiamento internazionale e aperto. Tutto questo non ha conseguenze banali. Soprattutto in un Paese come l’Italia, dove i sondaggi dimostrano che il percepito è spesso molto distante alla realtà dei fatti, dove il numero di laureati è in diminuzione, soprattutto nelle materie tecnico-scientifiche, e dove dunque ci sarebbe bisogno di avvicinare i cittadini alla scienza. Non porre nuovi ostacoli, come l’assurdo uso generalizzato e obbligatorio di una lingua straniera.

Tutto ciò detto, non ci stupiamo affatto che tra i consigli che il governo ha fornito alle aziende per la gestione dell’emergenza coronavirus sia quella di far lavorare il più possibile i lavoratori da casa attraverso lo strumento dello smart working. Una forma di lavoro agile, che infatti è il termine italiano più corretto per rendere il concetto. Ma “lavoro agile” non si usa più. A meno forse di pronunciarlo “lavoro agiàil”.