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Brexit: l’inglese resta ufficiale nell’Ue, lo dicono il regolamento e il buon senso

Dopo oltre tre anni di tentativi falliti, il Regno Unito è ufficialmente uscito dall’Unione europea ed entrato in un periodo transitorio che terminerà il 31 dicembre di quest’anno. Le ripercussioni sull’Unione sono molteplici, e tra queste vi è anche una discussione di carattere linguistico. Da diverse parti infatti si sono levate voci che sostengono che l’inglese, dal 1° febbraio, non sia più una lingua ufficiale dell’Ue. Questo perché vi era stato inserito nel 1973, scelto dalla Gran Bretagna quale propria lingua ufficiale, e che gli altri due Paesi anglofoni oggi nell’Unione (Malta e Irlanda) abbiano scelto come propri idiomi rispettivamente il gaelico irlandese e il maltese. Di conseguenza, uscito il Regno Unito, uscito anche l’inglese?

Giusto? No, perché in realtà il regime linguistico viene regolato dal Consiglio europeo, come stabilito dall’articolo 342 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea. Il Consiglio ha deliberato in passato per aggiungere nuove lingue in occasione dell’allargamento, ma per rimuoverne una occorre un voto unanime. Cioè significa che i 27 Paesi dell’Unione – compresi Malta e Irlanda – dovrebbero unanimemente votare per rimuovere l’inglese dall’elenco delle lingue ufficiali.



Questo evidentemente non accadrà, e del resto sarebbe una decisione contraria alla realtà delle cose e al buon senso. Per motivi storici, politici, economici, l’inglese è dagli anni ’90 la lingua più studiata in tutti i Paesi europei  ed è oggi quella più usata come veicolare tra europei di madrelingue diverse. E questo vale anche all’interno delle stesse istituzioni europee.

Anzi, l’uscita dei britannici potrebbe rafforzare un ruolo “neutrale” dell’inglese, facendolo percepire ancora di più come una lingua veicolare comune.

Diversi politici francesi e belgi stanno spingendo per un maggiore uso del francese (lingua madre del 12% dei cittadini Ue)  nelle istituzioni, e cercheranno forse un appoggio dei tedeschi (16%). Anche l’Italia ha manifestato di voler rendere l’italiano (seconda lingua madre dell’Unione col 13%) lingua di lavoro dell’Ue.

La Brexit può essere occasione per ribadire il plurilinguismo europeo e le politiche di studio e intercomprensione tra lingue affini, ma speriamo non si trasformi in una insensata lotta di successione all’ultimo sangue.

 

Per approfondire [en]: Does English spell the end of English as the lingua franca of the EU?