Lingua del sapere

Inglese unica lingua della scienza? Non dovunque

L’inglese oggi è la lingua franca di diversi ambiti, tra cui senza dubbio  la scienza. Le pubblicazioni contenute in uno degli indici più famosi di citazioni scientifiche, Scopus, sono scritte per l’80% in inglese. I motivi di questo primato, conquistato negli ultimi 40-50 anni, sono storici, economici e politici.

Questa supremazia, però, non è riscontrabile nelle stesse proporzioni in tutti i Paesi. Guardate il grafico qui sopra, creato dal sito Researchtrends analizzando proprio la banca dati di Scopus. La proporzione di pubblicazioni scientifiche in inglese rispetto alla lingua ufficiale nazionale è elevatissima (e crescente negli anni) in Olanda e Italia, molto più bassa e in crescita lieve in Germania e Francia, bassa e stabile in Spagna, bassa in Russia, dove però è esplosa tra il 2008 e il 2011, mentre in Brasile è addirittura in diminuzione e in Cina bassissima.
 


 

I dati si fermano al 2011 e purtroppo non siamo ancora riusciti a ottenerne di più recenti, ma è significativo notare come un luogo comune – quello dell’inglese d’obbligo sempre e comunque nelle pubblicazioni scientifiche – sia vero in Italia ma non necessariamente in altri Paesi dalla tradizione accademica comparabile, come Francia, Spagna e Germania, e tanto meno in Paesi emergenti come Brasile e Cina.

Il gigante asiatico, tra l’altro, è stato protagonista lo scorso anno di uno storico sorpasso sugli Stati Uniti, conquistando il primo posto per numero di articoli scientifici pubblicati. Terza, l’Unione europea nel suo complesso. Questo dato, unito all’alta proporzione dell’uso del cinese della ricerca citata più sopra, fa capire come in futuro la letteratura scientifica non anglofona sarà probabilmente ben lungi dallo scomparire.

Altre informazioni interessanti si possono ricavare dall’analisi, sempre sulla base delle pubblicazioni presenti in Scopus, della distribuzione linguistica sulle varie tipologie di disciplina. I dati presenti nella tabella qui sotto si riferiscono al periodo 1996-2011:

I risultati in tabella indicano che i ricercatori che pubblicano in inglese, cinese e russo tendono a farlo maggiormente nei campi delle scienze esatte, quelle naturali e matematiche. I ricercatori che scelgono invece l’olandese, il francese, l’italiano, il portoghese o lo spagnolo, tendono a pubblicare le proprie opere nel campo delle scienze sociali, psicologiche, umanistiche e artistiche. Questa preferenza per le scienze “morbide” spazia dall’ 80% circa dell’olandese o dell’italiano fino al 60% di tedesco e portoghese. Ci sono poi delle specificità: oltre la metà delle pubblicazioni in olandese si riferiscono a scienze della salute, tra cui medicina, odontoiatria e veterinaria), mentre quelle in italiano sono per il 41% riferite a scienze sociali, umanistiche e alle arti.

Questo breve excursus vuole semplicemente ricordare a tutti, e in primo luogo alle istituzioni accademiche e politiche italiane, che la lingua italiana ha tutto il diritto di continuare ad essere lingua di scienza, così come continuano ad esserlo le altre grandi lingue di cultura, europee e non. E che la lingua franca di comunicazione internazionale non può e non deve uccidere l’uso delle altre lingue nella produzione del sapere scientifico. E nella divulgazione scientifica a tutti i livelli, nelle società dei Paesi non anglofoni. Un tema cruciale, su cui torneremo continuamente con ulteriori approfondimenti.