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A Pesaro una mozione per limitare gli anglicismi negli atti pubblici. Respinta

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Era successo a maggio nel comune lombardo di Soncino; il mese scorso è stata la volta di Pesaro: in alcuni comuni italiani si inizia a percepire l’eccesso di termini inglesi e si tenta di mettere in campo iniziative – per la verità molto blande e pacate – per sensibilizzare gli amministratori pubblici ad essere più trasparenti (e, aggiungiamo noi, forse anche meno ridicoli). Queste iniziative puntualmente suscitano attacchi feroci che le accusano di chiusura, visioni retrograde, a volte pure di nostalgie fasciste.

La vicenda di Pesaro riguarda la mozione “Uso della lingua italiana nella redazione degli atti” presentata dal consigliere del Movimento 5 Stelle Lorenzo Lugli e discussa nella seduta del Consiglio comunale dello scorso 15 novembre.

Nel preambolo della mozione il consigliere Lugli ha premesso molto chiaramente che l’intento suo e degli altri firmatari non era quello di fare del purismo, che non c’è nulla di male nell’usare qualche forestierismo “crudo” e che le lingue si evolvono e si contaminano. Il punto era invece la chiarezza da un lato, e l’orgoglio dall’altro. La chiarezza perché, a suo avviso, il comune stava infarcendo sempre più gli atti di delibera e la comunicazione istituzionale verso i cittadini di termini inglesi poco trasparenti, specie alla popolazione più anziana, ma non solo. Dall’altro l’orgoglio di una città della Marche, la regione di Leopardi, un gigante della letteratura italiana, che ha scelto di anglicizzare la sua immagine pubblica ormai da anni, dal “Rossini Film Festival” (con l’inversione dei termini ormai tipica, seguita dal Fellini Museum e tanti altri tristi esempi), fino al motto “We Pesaro” declinato in mille modi, ma con gli immancabili sottotitoli inglesi. Anche il villaggio di Babbo Natale allestito in città quest’anno si chiama Christmas Village. Omologazione e appiattimento, secondo la via che ormai lo stesso Paese ha scelto per presentarsi al mondo, alla faccia di identità e diversità ormai divenute ufficialmente identity e diversity.

Ma ciò che davvero fa cadere le braccia sono le risposte che i consiglieri contrari hanno dato in aula. Un insieme di luoghi comuni e convinzioni arbitrarie spacciate per verità assolute “su cui tutti i linguisti sono concordi”. Il tutto mischiato in una gran confusione concettuale. Si è detto che le lingue “non posso essere indirizzate”, eppure in Italia le cariche lavorative al femminile si stanno diffondendo grazie anche a prese di posizioni forti della Crusca e di tante personalità anche politiche; inoltre in molti Paesi esteri (Spagna e Francia, ad esempio esistono commissioni di linguisti e professionisti che creano a tavolino traduzioni e alternative che poi i mezzi d’informazione e le istituzioni fanno circolare (alcuni attecchiscono, altri no). Si è detto che alcuni termini sono internazionalismi intraducibili, che “vengono dall’Europa”, eppure misteriosamente in spagnolo, portoghese, francese e in altre lingue trovano traduzione mentre in italiano pare che questo sia impossibile. “Siamo nella comunità europea, certi termini sono ineludibili” si è detto. E ancora: “Ci sono tantissime parole coniate al’estero che sono proprio intraducibili in italiano, servirebbero tantissime parole e non avrebbero la stessa forza.. per esempio stalking o mobbing”. Magari bisognerebbe spiegare a questa consigliera che all’estero entrambi i termini non vengono usati nei paesi non anglofoni, e mobbing neanche in inglese (dove vuol dire “circondare” e i madrelingua non immaginano certo il nostro significato) “Piuttosto ci si concentri sull’uso corretto del congiuntivo”, ha chiosato qualcuno. E c’è chi concede qualcosa in modo un po’ bizzarro, dicendo che “in effetti non è facile discernere tra i termini davvero intraducibili e quelli che invece potrebbero essere tradotti… senza naturalmente scadere nel ridicolo”. Chissà quante risate si farebbe questo consigliere se sapesse che 450 milioni di ispanofoni nel mondo, chiamano il “mouse”… ratòn!

Potete seguire la discussione nel video ufficiale della seduta, dal minuto 2:09:57:

Inutile aggiungere che la mozione, che chiedeva semplicemente al comune di “redigere i propri atti facendo ogni sforzo per utilizzare termini in italiano, che li rendano allo stesso tempo meglio comprensibili e testimoni fattivamente il contributo della comunità alla preservazione della nostra identità e cultura”, è stata respinta.

L’impressione nostra è che alcuni consiglieri di maggioranza non abbiano capito (o non abbiano voluto capire) il nocciolo della questione e che si siano piccati perché il testo non era stato modificato sulla base di loro precedenti osservazioni. Un voto negativo che quindi sa tanto di un misto tra ignoranza, insensibilità al tema e ripicche politiche. Peccato. Un’altra occasione persa per riflettere serenamente su un fenomeno che non ha nulla a che vedere con i prestiti da altre lingue, ma è ormai un’ibridzione della lingua accompagnato da politiche attive per rimuovere l’italiano da determinati ambiti d’uso storici (università e scienza su tutti). Potere vedere qui una cronologia degli attacchi dello Stato italiano alla sua stessa lingua.

Vi invitiamo a leggere e sfatare i pregiudizi più comuni sul tema dell’abuso dell’inglese, ad unirvi alla comunità degli Attivisti dell’italiano e a sostenere la proposta dal basso di politica linguistica che da marzo giace in parlamento.

Ad essere dispiaciuto per primo di come la sua mozione è stata accolta è proprio il primo firmatario, consigliere Lugli, che nell’ottima intervista condotta dagli amici del canale Campagna per salvare l’italiano, Lorenzo di Las Plassas (giornalista di RaiNews24) e dal traduttore madrelingua inglese Peter Doubt, chiarisce che il suo testo non aveva nessun intento di offendere il lavoro della maggioranza, ma solo di sensibilizzare su un tema importante. Perché, dice, sua madre ottantenne fatica a comprendere le parole scelte dal comune nei suoi atti pubblici e perché la scelta di termini inglesi per rappresentare le bellezze della sua città inizia ormai a sfiorare il ridicolo.

Concludiamo dunque questo articolo lasciandovi alle sue parole raccolte dai colleghi:

 

 

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