Zelensky e Meloni, basta l’inglese? Qualche riflessione su lingua madre, lingue franche e traduzioni

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Lo scorso 23 febbraio la Presidente del Consiglio italiana, Giorgia Meloni, si trovava a Kiev, in conferenza stampa col presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Lei parlava in italiano, lui in ucraino, come si conviene in queste occasioni. Avendo perso momentaneamente la traduzione simultanea a causa di un’interruzione di corrente, Meloni si è prestata – con un simpatico siparietto – a fare da traduttrice dall’italiano, per tramite dell’inglese:

L’episodio, secondo alcuni commenti, dimostrava la sostanziale inutilità delle traduzioni: grazie all’inglese come lingua comune, non c’è bisogno di traduttori e cuffie, basta che tutti comprendano e parlino la “lingua franca”.

Dell’inglese come lingua franca, rispetto a modelli di lingue artificiali e neutrali, abbiamo recentemente parlato su queste pagine. Ma ciò su cui vorrei ragionare oggi è l’opportunità di usare una lingua seconda, qualunque essa sia, invece della propria lingua madre. Di questo si è fatto cenno nello Speciale La7 che ieri ha raccontato la visita a Roma di Zelensky.

L’analista esperto di geopolitica Dario Fabbri ha commentato la scelta dei due presidenti di parlarsi in inglese, senza interpreti, durante il proprio incontro privato, giudicandola un errore:

Concordo con il giudizio di Fabbri. Se da un lato l’uso di una lingua comune, straniera per entrambi, rende più diretto il dialogo e denota un certo grado di fiducia e confidenza, dall’altro lato l’affidarsi ad un idioma di cui tipicamente si conoscono un centinaio di vocaboli, fa inevitabilmente perdere quelle sfumature del linguaggio che invece sono importanti in dialoghi di questo livello. Affidarsi a un interprete assicura che il proprio pensiero venga reso da un professionista con una conoscenza salda in entrambe le lingue. Se da un lato si perde il controllo della resa del messaggio, dall’altro, ponendo fiducia nell’intermediario, ci si potrà esprimere in lingua madre con tutto ciò che di positivo questo comporta.

E se questo è importante in un incontro di poche decine di minuti tra capi di stato, immaginiamone l’importanza in un percorso di studi lungo anni, come quello universitario. Eppure si moltiplicano in Italia i corsi universitari solo in inglese, che obbligano spesso docenti italiani e studenti italiani a parlarsi solo in inglese. Una scelta che inevitabilmente porta a una semplificazione del linguaggio e del messaggio, e dunque a un impoverimento della didattica. Siamo sicuri che sia una scelta saggia?

Purtroppo il processo di “aziendalizzazione” della scuola e dell’alta formazione, degli eventi pubblici, e ora della politica, tende a sottolineare i vantaggi di una lingua comune, l’inglese, che elimina barriere linguistiche e consente a tutti di capirsi. O forse no? Il rapporto annuale EF sulla padronanza dell’inglese indica che la maggioranza dei parlanti inglese oggi lo padroneggia a livello basso o mediocre. Usare l’inglese senza traduzione pone dunque discriminazioni tra oratori e pubblico, moltiplicando le barriere invece di abbatterle.

Dunque ben vengano le lingue comuni, che siano l’inglese, o un’altra lingua (perché no, in certe occasioni lo è anche l’italiano). Ma non si perda di vista la differenza di profondità che l’uso della propria lingua madre porta al pensiero, e alla sua trasmissione.

 

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Un pensiero su “Zelensky e Meloni, basta l’inglese? Qualche riflessione su lingua madre, lingue franche e traduzioni

  1. Bisogna studiare le lingue, non una lingua franca. Studiare tutte le lingue del mondo consente di penetrare davvero nelle culture del pianeta rispettandole. Studiarne una sola impoverisce noi e tutto il mondo. E se una lingua come l’italiano è portatrice di grandi valori di civiltà e cultura, promuoviamola in tutti i modi parlandola in tutte le sedi e in tutto il mondo perchè merita di essere amata e coltivata. L’inglese è un ripiego impoverente.

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