Ci sarà mai un’Organizzazione Internazionale dell’Italofonia?

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Il francese, si sa, è lingua ufficiale in una trentina di Paesi del mondo, su tutti i continenti, conseguenza della plurisecolare colonizzazione francese e belga. La Francia ha spinto per mantenere un legame con essi, fortemente incentrato sulla lingua, tanto che lo strumento prescelto si chiama Organizzazione Internazionale della Francofonia (OIF). Gli stati che compongono quest’organismo internazionale, però, sono 88, ben più di quelli che hanno il francese tra le proprie lingue ufficiali. Tra i Paesi membri troviamo infatti l’Albania, l’Armenia, la Grecia, la Romania e il Vietnam. Tra gli osservatori ci sono Malta, l’Irlanda, la Lituania, la Slovenia, la Tailandia e l’Uruguay. In molte di queste nazioni la lingua di Molière è poco conosciuta, tanto che nei vertici alcuni capi di stato hanno bisogno di un traduttore.

Questo fatto fu riportato nel 2015 in un articolo di Romano Prodi, ex Presidente del Consiglio italiano ed ex Presidente della Commissione europea, attraverso un aneddoto:

[…] in uno dei lunghi intervalli dei vertici di Bruxelles, rimproveravo con amichevole ironia al presidente francese Chirac il fatto che, in uno dei grandi incontri annuali della Francofonia, il presidente della riunione stessa ( nell’occasione di nazionalità vietnamita) avesse avuto bisogno di un interprete per intendersi  con gli interlocutori francesi.  Con insolita pazienza il presidente Chirac mi spiegò che la francofonia si serviva della lingua francese, e se necessario degli interpreti, non solo per rinforzare la conoscenza della lingua ma per mantenere e accrescere i rapporti culturali, politici ed economici fra paesi che l’uso generale o parziale di una lingua comune aveva in passato avvicinato.

Prodi prosegue il racconto dicendo che Jaques Chirac, dopo avergli sottolineato l’utilità di tali legami per il presente e per il futuro, gli consigliò di iniziare la costruzione di una “Italofonia”, mettendo insieme coloro che, in conseguenza della storia, della prossimità geografica, di vicende politiche e di flussi migratori, ancora condividevano il possesso o il desiderio della lingua italiana.

Quasi per gioco ci mettemmo ad elencare questi possibili paesi, un elenco che si allungava a dismisura, forse ancora più del prevedibile, comprendendo la Svizzera, la Slovenia, la Croazia, la Tunisia, l’Albania, l’Eritrea, la Libia, l’Etiopia, il Brasile, l’Argentina, il Venezuela e non ricordo bene quali altri paesi coi quali un rapporto regolare ed istituzionale con la lingua italiana avrebbe fortemente contribuito a rinsaldare ed estendere le reciproche relazioni.

Le vicende della vita hanno impedito al professore bolognese di dare impulso e concretezza a un simile progetto. Ma ci chiediamo come una simile proposta verrebbe accolta dal mondo politico. Se dobbiamo basarci sulla considerazione che la Repubblica italiana sembra avere della propria lingua, siamo ben poco fiduciosi che una “Organizzazione Internazionale dell’Italofonia” possa mai vedere la luce.

Ci si scontrerebbe contro accuse di fascismo (persino proporre un’alternativa italiana ai termini inglesi per alcuni è sintomo di nostalgie fasciste). Si urlerebbe allo spreco di risorse pubbliche per uno scopo inutile. Si sosterrebbe che “la lingua del mondo è l’inglese” e le relazioni internazionali ormai si basano su quella lingua veicolare. Alla base di tutto questo c’è il solito senso d’inferiorità collettivo che affligge gli italiani, e di conseguenza la loro classe politica.

In Italia, col passare dei decenni, è passata la percezione di una lingua italiana piccola, poco diffusa, poco utile e scarsamente interessante per gli stranieri. L’italiano, del resto, è ufficiale a livello statale solo in Italia e Svizzera, se escludiamo i microstati di Vaticano e San Marino. Eppure, come abbiamo scritto più sopra, della Francofonia fanno parte nazioni che mai hanno avuto il francese tra gli idiomi ufficiali. E la stessa Italia, in pochi lo ricordano, dal 2018 è membro osservatore della Comunità dei Paesi di Lingua Portoghese (CPLP). Non ci risulta che il portoghese sia stato o sia lingua ufficiale in Italia; la scelta di unirsi all’organizzazione lusofona fu dettata da una volontà politica di rinsaldare i rapporti con gli stati che ne fanno parte.

Certo, l’OIF, la CPLP, l’organizzazione dei Paesi ispanofoni o il Commonwealth britannico hanno alle spalle lingue come il francese, il portoghese, lo spagnolo, l’inglese, che sono grandi lingue internazionali con spazi linguistici enormi e diffusi in vaste aree del globo. L’italiano no. Questo è vero, anche se da sempre ribadiamo che l’italiano ha una sua dimensione internazionale costruita su pilastri differenti (il legame storico o ex-coloniale, la prossimità geografica, il rapporto economico con l’Italia, la cultura pittorica, artistica, architettonica, musicale, il mondo cattolico, la diaspora italiana dei migranti e gli oriundi, giusto per citarne alcuni). Ma a questo aggiungiamo il fatto che non è per niente necessario che una lingua sia parlata da centinaia di milioni di madrelingua o che sia in uso in decine di Paesi in ogni angolo del globo per poterci costruire intorno una comunità.

Sapevate che esiste una Unione dei Paesi di lingua olandese? Si tratta della Nederlandse Taalunie, l’Unione linguistica neerlandese, che ha tre soli stati membri: Paesi Bassi, Belgio, Suriname. Numero totale dei parlanti? 24 milioni. L’italiano oscilla tra i 65 e i 75, a seconda delle stime.

Esiste anche una Organizzazione degli Stati Turchi (o turcichi), che riunisce Paesi che hanno lingue della stessa famiglia del turco. Ne fanno parte la Turchia, l’Azerbaigian, il Kazakistan e il Kirghizistan, con Ungheria e Turkmenistan come osservatori.  In questo caso quindi non una sola lingua ma lingue diverse, per quanto simili e intercomprensibili. Pensiamo però a cosa siano, per dimensioni e influenza, le lingue neolatine rispetto a quelle turciche. E rimpiangiamo l’Unione latina, che sempre speriamo possa rinascere in futuro sotto nuove forme, magari ispirate a progetti come i Tre Spazi Linguistici avviato da OIF, CPLP e OEI (Organizzazione degli Stati Iberoamericani).

Oltre a queste, sono state messe in atto anche formule più agili, come il Vertice informale dei Paesi germanofoni, che riunisce una volta l’anno rappresentanti dei governi di Germania, Austria, Svizzera, Lussemburgo, Belgio, Lichtenstein, per discutere su questioni di interesse comune.

Un embrione di comunità basata sulla lingua italiana è la Comunità radiotelevisiva italofona, di cui noi di Italofonia abbiamo assistito ad una delle ultime assemblee generali, nel 2018. Ci giunge voce di continue riduzioni di fondi e finanziamenti che stanno mettendo al rischio questa bella realtà, di settore ma importantissima, che esiste ormai dal 1985.

L’Italia dovrebbe forse avere più fiducia nella propria lingua, che nonostante tutto è ancora amata e studiata in tantissime parti del mondo. Dovrebbe smetterla di affidarsi totalmente all’inglese, che certo è utile e spesso indispensabile in tanti settori, ma non può e non deve sostituire altri legami e altri rapporti, speciali, che passano anche attraverso una comunanza linguistica più ristretta. Dovrebbe rilanciare gli Stati generali della lingua italiana (dopo la delusione e l’imbarazzo dell’ultima edizione), ispirandosi – perché no – alla riuscitissima formula del Festival della lingua madre. Questo concetto dell’italiano come strumento di promozione e relazione internazionale è ribadito nella proposta di legge per l’italiano che Italofonia sottoscrive e sostiene.

Perché – per concludere con un’ultima frase di Romano Prodi – “il mondo globale, per essere vivibile, ha bisogno anche di questi rapporti speciali che ci ricordano il passato ma che ci aiutano nello stesso tempo ad affrontare il futuro”.

 


Fonti e risorse: Organizzazioni su base linguistica [wiki_fr]Costruiamo l’italofonia (di R. Prodi)

 


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