Adattare i nomi dei reali: davvero è “una vecchia consuetudine di cui ci stiamo liberando”?

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Nei giorni dell’insediamento di Carlo III sul trono d’Inghilterra, dopo la morte della regina Elisabetta II, il giornale Il Post ha spiegato in un articolo come mai in italiano usiamo nomi italiani per riferirci a sovrani britannici, i cui nomi di battesimo evidentemente sono invece Charles ed Elisabeth.

Per una antica consuetudine – spiega il sito – risalente a quando le lingue straniere erano più estranee e le culture straniere meno accessibili: quella di tradurre i nomi propri dei personaggi famosi, non solo reali (Abramo Lincoln, Tommaso Moro, Calvino, Giovanna D’Arco, Copernico, Martin Lutero, Maria Stuarda, solo per citarne alcuni). L’autore si spinge forse un po’ troppo in là assimilando anche a questo l’adattamento dei nomi delle città (Londra, Parigi). Dovremmo forse dire “vado a London”, o “ho fatto una vacanza a Paris?”. E magari allora dovremmo dire “questa sera in TV c’è l’amichevole di calcio Deutschland-Magyarország” ? Forse sì, visto che in Italia molti chiamano la Moldavia “Moldova”.

In ogni caso, tornando ai reali, il giornalista sembra accogliere con sollievo il fatto che questa è una consuetudine “di cui ci stiamo liberando”. In effetti, se diciamo Carlo, i suoi figli li chiamiamo William ed Harry, e i nipoti George, Charlotte e Louis.

Ma sta succedendo così dappertutto? No. Così come l’uso di anglicismi crudi, anche lo smettere di adattare i nomi secondo gli italiani è una tendenza globale, ma nella realtà è una necessità che si avverte (quasi) solo in Italia. O quantomeno, altrove si continua con le consuetudini senza troppe paranoie spacciate per verità assolute. Date un’occhiata alla foto di copertina più in alto e vi renderete conto di come per gli ispanofoni i giovani membri della famiglia reale si chiamino Jorge, Carlota e Luiz, figli del principe Guillermo. I loro nomi vengono adattati anche in portoghese e catalano, per esempio.

Ma la cosa più bizzarra è che in Italia, come capita sempre più spesso, non c’è più una prassi seguita da tutti, ma si procede un po’ a caso. E allora ecco che l’attuale re di Spagna (nato nel 1968) lo si chiama “Filippo VI“, mentre suo padre è Juan Carlos I. In Danimarca per gli italiani regna Margherita II, mentre in Svezia troviamo la principessa Maddalena (Madeleine), nata nel 1982 come il principe William. Si vede che la consuetudine di italianizzare i nomi viene abbandonata prima nei confronti dell’Inghilterra che non della Svezia.

Naturalmente non c’è nulla di male a usare i nomi originali, ma neanche a tradurli. Conosciamo diversi amici che vengono dalla Corsica che hanno per nome di battesimo Paul o Antoine e, pur senza essere di stirpe regale, parlando còrso si fanno chiamare Paulu o Antone, così come in Italia, nei suoi mille dialetti, Giuseppe diventava Peppe, o Pepp oppure Giovanni Giovà o Giuàn, a seconda delle latitudini.

Per quanto riguarda i personaggi famosi, l’avere un nome italianizzato, da un certo punto di vista li universalizza. Non li lega a una particolare provenienza geografica ma li fissa nella Storia. Quanti di voi sanno che Cartesio era francese? Per tutti è semplicemente l’autore del diagramma cartesiano, così come Copernico l’iniziatore della rivoluzione copernicana. Farebbe un diverso effetto parlare del diagramma di René Descartes o delle teorie di Mikołaj Kopernik. E lo stesso vale per quella che nella Penisola era semplicemente “la regina Elisabetta”… forse anche per questo più familiare anche per un popolo latino.

La verità è che, come ormai di consueto, tutto ciò che “italianizza” viene visto – solo in Italia – come un’offesa alle altre culture e un atto di chiusura e autarchia. Ed è questa la consuetudine che dovremmo davvero abbandonare.

Se persino i papi scelgono, insieme al nome latino, la versione nelle varie lingue (Papa Francesco, Pope Francis, Papa Francisco…), allora forse potremo in futuro concedere al Regno Unito di avere un re Guglielmo V.

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