Una petizione per dire no allo scevà. I linguisti: non aiuta l’inclusione e cancella conquiste di secoli

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Lo scevà, o schwa (per dirlo alla tedesca), la “e rovesciata” come scrivono i giornali, è un simbolo grafico al centro di un dibattito linguistico e culturale cresciuto moltissimo nell’ultimo anno. Si tratta del simbolo proposto da alcuni militanti per sostituire le terminazioni maschile e femminile proprie dell’italiano (e di molte altre lingue) per arrivare al superamento dei generi grammaticali e a una sorta di neutro che sia “inclusivo” verso le persone cosiddette “non binarie”, che dunque non si riconoscono in alcun genere sessuale. Alla base di tutto questo c’è in realtà un fraintendimento: il genere grammaticale non corrisponde a quello sessuale. In alcune lingue ci sono parole maschili o neutre per definire persone di genere femminile (ad es. “la ragazza” in tedesco è una parola neutra, das Mädchen, e non femminile), mentre in italiano ci sono parole femminile che definiscono anche i maschi: persona, guardia, ecc…  Nella nostra lingua il maschile viene sovraesteso per includere ambo i generi, dunque si indica un gruppo di bimbi e bimbe dicendo semplicemente “i bambini”.

Ora, confondendo l’uso storico del maschile sovraesteso con una sorta di maschilismo linguistico, questi militanti hanno iniziato a pianificare dall’alto delle modifiche profonde della lingua italiana, che la snaturerebbero fortemente. Con il risultato di risultare poco inclusivi, perché complicherebbero di molto la vita dei parlanti, senza combattere le discriminazioni verso le persone transgenere, non binarie e altre categorie di soggetti, che non sono discriminati dalla lingua ma dalle persone che la parlano. A discriminare sono le persone, influenzate dalla propria cultura e dal proprio modello sociale. Si può discriminare gli omosessuali o i non binari in una lingua che ha il neutro, parlata in una società chiusa verso queste persone, e invece includerli in una lingua che ha solo maschile e femminile, perché parlata in una società più aperta in questo senso.

Il dibattito su questo piccolo simbolo impazza da tempo sulle reti sociali, ma negli ultimi mesi ha iniziato a comparire nelle comunicazioni di alcune scuole pubbliche e ad essere usata da alcuni scrittori e artisti. Ma la notizia di queste ore è che lo scevà ha fatto la sua comparsa anche in su alcuni documenti pubblici del Ministero dell’Istruzione:

Questa è stata la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso, spingendo Massimo Arcangeli, linguista e scrittore, Ordinario di Linguistica italiana presso l’Università di Cagliari, a lanciare una petizione sulla nota piattaforma Change.org. Tra i firmatari alcuni grandi nomi della linguistica e intellettuali molto noti, come Claudio Marazzini, presidente dell’Accademia della Crusca, Luca Serianni, professore emerito, già Ordinario di Storia della Lingua italiana alla Sapienza di Roma, Gian Luigi Beccaria, professore emerito, già Ordinario di Storia della Lingua italiana all’Università di Torino, il giornalista Michele Mirabella, lo storico Alessandro Barbero e il filosofo Massimo Cacciari, e altri, tra i quali la linguista Yasmina Pani di cui abbiamo spesso condiviso video e interventi sulle nostre pagine e i nostri profili sociali.

Chi lo volesse può firmare la petizione qui.

Il testo delle petizione mette in luce alcuni aspetti importanti, quali l’imposizione dall’alto di questa sorta di riforma linguistica, senza rispetto per i parlanti e gli scriventi, e il fatto che la cancellazione di alcune parole al femminile, per esempio, cancella simbolicamente lotte di secoli per l’emancipazione delle donne. Perciò lo riportiamo qui sotto integralmente:

Siamo di fronte a una pericolosa deriva, spacciata per anelito d’inclusività da incompetenti in materia linguistica, che vorrebbe riformare l’italiano a suon di schwa. I promotori dell’ennesima follia, bandita sotto le insegne del politicamente corretto, pur consapevoli che l’uso della “e” rovesciata” non si potrebbe mai applicare alla lingua italiana in modo sistematico, predicano regole inaccettabili, col rischio di arrecare seri danni anche a carico di chi soffre di dislessia e di altre patologie neuroatipiche.

I fanatici fautori dello schwa, proposta di una minoranza che pretende di imporre la sua legge a un’intera comunità di parlanti e di scriventi, esortano a sostituire i pronomi personali “lui” e “lei” con “ləi”, e sostengono che le forme inclusive di “direttore” o “pittore, “autore” o “lettore” debbano essere “direttorə” e “pittorə”, autorə” e “lettorə”, sancendo di fatto la morte di “direttrice” e “pittrice”, “autrice” e “lettrice”. Ci sono voluti secoli per arrivare a molti di questi femminili. Nel latino classico “pictrix”, come femminile di “pictor”, non esisteva. Una donna che facesse la pittrice, nell’antica Roma, doveva accontentarsi di perifrasi come “pingendi artifex” (‘artista in campo pittorico’).

C’è anche chi va ben oltre. Gli articoli determinativi “il”, “lo”, “la”, poiché l’italiano antico, in usi che oggi richiedono “il”, poteva prevedere al maschile singolare la variante “lo”, si pretende che convergano sull’unica forma “lə”, e i rispettivi plurali (“i”, “gli”, “le”) che confluiscano in “l3”, col secondo carattere che non è un 3 ma uno schwa lungo. Entrambi i segni, lo schwa e lo schwa lungo, sono perfino finiti in ben 6 verbali redatti da una Commissione per l’abilitazione scientifica nazionale alle funzioni di professore universitario di prima e seconda fascia.

Lo schwa e altri simboli (slash, asterischi, chioccioline, ecc.), oppure specifici suoni (come la “u” in “Caru tuttu”, per “Cari tutti, care tutte”), che si vorrebbe introdurre a modificare l’uso linguistico italiano corrente, non sono motivati da reali richieste di cambiamento. Sono invece il frutto di un perbenismo, superficiale e modaiolo, intenzionato ad azzerare secoli e secoli di evoluzione linguistica e culturale con la scusa dell’inclusività. Lo schwa, secondo i sostenitori della sua causa, avrebbe anche il vantaggio di essere pronunciabile. Il suono è quello di una vocale intermedia, e gli effetti, se non fossero drammatici, apparirebbero involontariamente comici. Peculiare di diversi dialetti italiani, e molto familiare alla lingua inglese, lo schwa, stante la limitazione posta al suo utilizzo (la posizione finale), trasformerebbe l’intera penisola, se lo adottassimo, in una terra di mezzo compresa pressappoco fra l’Abruzzo, il Lazio meridionale e il calabrese dell’area di Cosenza.

Firmate qui, se condividete questo appello, indicando il vostro nome e cognome, la vostra città di residenza e la vostra professione

Massimo Arcangeli, linguista e scrittore, Ordinario di Linguistica italiana, Università di Cagliari

Angelo d’Orsi, storico e scrittore, già Ordinario di Storia del pensiero politico, Università di Torino

Claudio Marazzini, presidente dell’Accademia della Crusca, già Ordinario di Storia della Lingua italiana, Università del Piemonte Orientale “Amedeo Avogadro”

Edith Bruck, poetessa e scrittrice

Luca Serianni, professore emerito, già Ordinario di Storia della Lingua italiana, Sapienza Università di Roma

Alessandro Barbero, storico e scrittore, Ordinario di Storia medievale, Università del Piemonte Orientale “Amedeo Avogadro”

Giovanna Ioli, italianista

Massimo Cacciari, filosofo, professore emerito, già Ordinario di Estetica, Università Vita-Salute San Raffaele di Milano

Ascanio Celestini, attore, regista, scrittore

Cristina Nessi, italianista

Michele Mirabella, regista, autore, giornalista

Costanza Zavanone, già docente di Italiano, vicesindaca e assessora alle Pari opportunità

Paolo Flores d’Arcais, filosofo, direttore di “MicroMega”

Gian Luigi Beccaria, professore emerito, già Ordinario di Storia della Lingua italiana, Università di Torino

Isabella Francisci, redattrice editoriale, responsabile area Scienze Umane presso FrancoAngeli

Stefano Carrai, letterato e poeta, Ordinario di Letteratura Italiana, Scuola Normale Superiore

Paolo Desogus, titolare di Letteratura italiana, Università di Parigi La Sorbona

Alberto Crespi, giornalista, ufficio stampa Cinecittà, conduttore di “Hollywood Party” (Rai Radio 3)

Alfredo Luzi, già Ordinario di Letteratura italiana contemporanea e docente incaricato di Storia della Lingua italiana, Università di Macerata

Amedeo Feniello, storico, Università dell’Aquila

Rino Caputo, già Ordinario di Letteratura italiana, Università di Roma “Tor Vergata”

Yasmina Pani, insegnante e divulgatrice

Renato Minore, poeta e scrittore

Antonello Fabio Caterino, docente universitario e linguista forense

Lucio Russo, matematico e storico della scienza, già professore ordinario di Calcolo delle probabilità, Università di Roma “Tor Vergata”

Fabio Minazzi, Ordinario di Filosofia della scienza, Università degli Studi dell’Insubria (Varese)

Francesco Coniglione, già Ordinario di Storia della Filosofia, Università di Catania

Ettore Boffano, giornalista

 

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