Il MIT di Boston allena i suoi studenti insegnando a quelli italiani le scienze (in inglese)

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Non solo Cambridge, anche Boston chiama l’Italia. L’ultima chiamata sembra averla fatta pochi giorni fa a Macerata, dove il Liceo Classico e Linguistico Giacomo Leopardi ha annunciato un progetto per l’insegnamento in inglese delle materie scientifiche, “con particolare attenzione al coding” (programmazione pareva brutto) “alla biochimica e alle biotecnologie”.

Secondo l’istituto,  il progetto ha offerto alle studentesse e agli studenti del Liceo Leopardi l’opportunità di vivere un’esperienza formativa qualitativamente significativa, potenziando l’uso della lingua inglese e delle nuove tecnologie per la didattica, presenti all’interno dell’Istituto anche grazie alle risorse ottenute tramite il Pnrr Scuola 4.0 – Next Generation Classrooms and Labs. L’ultimo punto si rifà al famigerato Piano Scuola 4.0, così zeppo di anglicismi da renderlo quasi incomprensibile e indurre anche la restia Crusca a dedicargli un comunicato. Significa semplicemente che il Pnrr ha finanziato l’acquisto di lavagne interattive e altri strumenti tecnologici a supporto della didattica in aula.

Quali i vantaggi per gli studenti?

“I nostri studenti si dovranno confrontare – spiega la dirigente scolastica Angela Fiorillo – con un mondo universitario e professionale in continua evoluzione, che richiederà flessibilità e capacità sempre nuove. L’attenzione mostrata dal Liceo Leopardi nei confronti delle discipline STEM, delle nuove tecnologie per la didattica e delle attività laboratoriali contribuisce in maniera significativa a costruire competenze che si riveleranno fondamentali per il futuro”.

Una frase un po’ fumosa che non spiega come abituare ragazzi e ragazze all’idea che le discipline tecnico-scientifiche si possano insegnare e apprendere solo in inglese possa favorire finalmente una maggiore padronanza dei nostri studenti di oggi (cittadini e lavoratori di domani) di queste competenze sempre più importante in un mondo così imbevuto di tecnologia. E sempre più, per contro, soggetto a notizie false e tesi antiscientifiche che trovano terreno fertile in una società poco familiare a certe materie. Servono più laureati, serve più ricerca, più divulgazione alla popolazione. Tutte cose che, senza prescindere dall’uso di un inglese lingua franca della scienza (pur non scevro da problemi), devono essere fatte nella lingua madre: l’italiano.

Se l’evoluzione del mondo universitario e professionale di cui parla la preside è fatto di atenei e aziende che parlano solo in inglese, si deve essere consci che questo è un cambiamento artificioso, frutto di una scelta precisa – e miope – dello stato italiano, della classe dirigente che anno dopo anno ha combattuto la nostra lingua facendo credere ai cittadini che non servisse più. Salvo poi accorgersi all’improvviso che non è così, quando la capacità di comprensione dei testi cala, o quando gli studenti stranieri che studiano in inglese nella Penisola poi la lasciano perché senza competenze in italiano non hanno molte possibilità di entrare nel mercato del lavoro locale.

La nostra non è una battaglia contro l’inglese, ma contro l’esclusione dell’italiano da ambiti chiave del sapere e della società. L’approccio all’inglese dovrebbe essere razionale, oggetto di ampie discussioni senza dogmi e pregiudizi, come sta avvenendo altrove. Invece da noi è una fede irrazionale che nessuno osa mettere in discussione. Pensiamo molto bene fino a dove vogliamo spingerci, perché da lì non si torna indietro.

Ma ciò che più ci colpisce di questa vicenda è che i docenti che, usando superiore lingua del sapere universale (ironico, se aveste dubbi) giungono nelle Marche a spiegare le scienze, sono degli studenti universitari. A volte studenti del primo anno (anche se con limitazioni sulle materie da insegnare). Nel caso di Macerata si tratta della studentessa Maanasi Lynasi.

Si tratta di un programma che il MIT (Massachussets Institute of Technology) pensa sostanzialmente per i propri studenti. E le simpatiche cavie in questi “teaching labs” sono gli studenti stranieri dei paesi nei quali gli studenti americani si fanno tre settimane di vacanza-lavoro ogni gennaio. Oltre alle scienze, possono insegnare anche tecniche di dibattito (in italiano “debate”, ovviamente), che chiaramente non si rifanno alla secolare tradizione retorica della Grecia e della Roma antiche, ma ci vengono propinate dopo accurata marinatura in salsa anglosassone.

Chi paga?

Non gli studenti. Queste esperienze all’estero (programma MISTI) sono offerte da “generosi donatori”, “dalla scuola ospite” (sì, dobbiamo pure pagarli noi), o da entrambi.

Gli studenti-docenti a stelle e strisce possono girare ovunque nel mondo parlando la loro lingua “universale”. Non esattamente. Per alcuni Paesi ospitanti sono richieste competenze linguistiche:

Paesi come Spagna e Brasile, ma anche Andorra e Costa d’Avorio, richiedono la conoscenza della lingua locale. L’italia – chissà perché non ci sorprende – no. Devono essere sempre gli italiani ad adeguarsi. Gli studenti NON POSSONO non saper seguire lezioni in inglesi, i consumatori SONO PIGRI perché vogliono film e serie doppiate in italiano ed è per quello che poi non sanno bene l’inglese.

Alla fine il punto è sempre quello, sulla questione linguistica come su tutte le altre. Forse basterebbe che l’Italia tornasse a essere un Paese un po’ più “normale”.

 

 

Copertina: immagine IA generata con Freepik – Fonti: ANSAFB Liceo LeopardiMIT

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