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Chiusa la scuola italiana di Asmara dopo 118 anni, i locali sono stati riconsegnati

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Era la più grande scuola statale all’estero, con una storia di oltre un secolo alle spalle, e formava – anche in lingua italiana – studenti per il 70% eritrei, dalla scuola primaria al liceo.

La mattina del 7 ottobre 2021 la bandiera italiana all’esterno dell’edificio è stata definitivamente ammainata e i locali consegnati al governo eritreo. La cerimonia è avvenuta alla presenza del nuovo Ambasciatore italiano Marco Mancini e del facente funzioni del Ministero della Pubblica Istruzione eritreo Pietros Hailemariam. A nulla era servita la petizione per salvare l’istituto lanciata subito dopo la sospensione delle lezioni, nel settembre 2020.

Le cause di questa chiusura nascono da lontano, ne abbiamo parlato in questo articolo. Sono frutto da un lato della volontà del governo Eritreo, espressione del movimento politico che domina il Paese dalla sua indipendenza nel 1991 con un regime dittatoriale, di chiudere tutte le scuole private e straniere, nazionalizzandole. Dall’altro, dell’inerzia dimostrata dai governi italiani che si sono succeduti, i quali, pur dichiarando il Corno d’Africa come elemento strategico della propria politica estera, non hanno saputo elaborare strategie efficaci per trasformare il triste passato coloniale in un presente e un futuro fatto di una collaborazione culturale ed economica fruttuosa per tutte le parti in gioco.

Eppure la pace tra Eritrea ed Etiopia sembrava aver aperto nuove prospettive. Politici e imprenditori italiani avevano visitato la capitale Asmara frequentemente tra il 2018 e il 19, così come anche il cantautore Lorenzo Cherubini in arte Jovanotti. Era nato un gemellaggio tra la scuola italiana di Asmara e quella etiope di Addis Abeba e si stava formando la Rete delle università italiane per il Corno d’Africa, con la prospettiva di una Scuola politecnica italiana con diverse sedi nella regione.

Ora, due anni dopo, quella prospettiva pare irrealistica e irraggiungibile. Ciò che manca è una visione di fondo e una strategia di medio e lungo periodo. Se da un lato il governo italiano oggi investe in Somalia, con il ritorno della nostra lingua nelle trasmissioni di Radio Mogadiscio e l’apertura di corsi di lingua italiana all’Università nazionale somala, dall’altro non riesce ad evitare la scomparsa dell’italiano dal panorama educativo dell’Eritrea, una nazione di fatto “inventata” nella sua identità e nel suo territorio dagli stessi italiani, e dunque legata nel bene e nel male da un rapporto fortissimo con la Penisola.

In tutto questo meccanismo, la parte più vulnerabile sono gli studenti, i quali verranno ora inseriti in una scuola completamente cambiata, senza più alcuna peculiarità culturale e curricolare. Secondo il Ministro Pietros il nuovo curriculum scolastico prevede, per esempio, la sostituzione della storia, della geografia e anche della stessa letteratura italiana con materie più scientifiche ed in lingua inglese “per far sì che gli alunni diventino ancor più competitivi e con la prospettiva del proseguo e dell’inserimento nei vari college del Paese”.

Una chiusura che fa male, soprattutto perché dimostra l’impotenza delle autorità italiane e un disinteresse generale verso l’influenza culturale che la nostra lingua può avere nel creare rapporti più forti con specifiche aree del mondo. Aree che, come l’Africa orientale, vedono oggi la presenza di altre potenze con aspirazioni geopolitiche, quali la Turchia e la Cina, che nel continente nero sta investendo moltissimo denaro in ogni fronte, compreso quello linguistico.

Chiudiamo questo racconto di cronaca con la voce di due studentesse eritree della scuola italiana di Asmara, raccolta qualche anno fa in un lavoro scolastico che illustrava la storia antica del loro istituto. Ci sembra il modo migliore per salutarlo e per augurare il meglio a ciascuno dei suoi studenti per il proprio futuro.

 

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