Lingua del sapere

L’inglese e la lingua della scienza secondo Maria Luisa Villa

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Sempre più spesso diamo per scontato che l’inglese sia ormai la lingua della scienza, convinti che abbia preso il posto del latino, un tempo la lingua franca degli scienziati. Ma oltre a constatare dovremmo anche riflettere.
L’inglese non è necessariamente la lingua della scienza ovunque e in ogni ambito (cfr. “Inglese unica lingua della scienza? Non dovunque”), e soprattutto non dovremmo dimenticare che Galileo Galilei, uno dei padri del metodo scientifico, nello scrivere il Dialogo dei massimi sistemi e il Saggiatore abbandonò il latino del precedente Nuncius sidereus e per la prima volta decise di scrivere proprio in italiano. Lo aveva già fatto il matematico Tartaglia, con una minore risonanza, ma fu Galileo a dare vita a un linguaggio scientifico in italiano che non solo è rimasto nella storia per la sua chiarezza e precisione, ma ha anche rappresentato il modello della successiva prosa scientifica di Francesco Redi, Antonio Vallisneri o Lazzaro Spallanzani. Anche se alcuni scienziati hanno continuato a usare il latino ancora sino all’Ottocento, la rivoluzione scientifica è avvenuta soprattutto nelle lingue locali, e il latino era più spesso la lingua dei teologi e di coloro che condannarono Galileo.
Un’altra grande differenza tra il latino e l’inglese è che il primo non era la lingua madre di nessuno al contrario del secondo; era una lingua di interscambio neutra, e il paragone latino-inglese regge solo se il confronto lo si fa con il latino dell’epoca imperiale, quando i Romani imponevano ai popoli conquistati i propri i costumi e dunque anche la propria lingua.
Fatte queste premesse, e a parte i problemi di “democrazia linguistica”, che accadrebbe all’italiano se cessasse di essere una lingua in grado di esprimere la scienza? Secondo Luca Serianni: “Una lingua che rinunciasse a esprimersi in aree culturalmente centrali, come la scienza e la tecnologia, sarebbe destinata a diventare nell’arco di pochi anni un rispettabilissimo dialetto: adatto alla comunicazione quotidiana e alla poesia, ma inadeguato a cimentarsi con la complessità del presente e con l’astrazione propria dei processi intellettuali” (“Conclusioni e prospettive per una neologia consapevole”, Firenze, Società Dante Alighieri, durante il convegno del 25 febbraio 2015). Anche secondo Gian Luigi Beccaria: “Se puntiamo su una lingua diversa dalla materna come lingua delle tecnoscienze, assisteremo a un nostro rapido declino come società colta. L’italiano, decapitato di una sua grossa parte, decadrà sempre più a lingua familiare, affettiva, dialettale, straordinariamente adatta magari per scrivere poesia ma incapace di parlare ai non specialisti di economia o di architettura o di medicina” (Gian Luigi Beccaria, Andrea Graziosi, Lingua madre. Italiano e inglese nel mondo globale, Bologna, Il Mulino, 2015, p. 116).

Il tema dell’inglese come lingua della scienza è oggi collegato alla necessità della comunicazione internazionale. Come conciliare questa esigenza con quella altrettanto legittima della conservazione del linguaggio scientifico nazionale? Monolinguismo o multilinguismo? E siamo sicuri che le due soluzioni non possano convivere?

L’argomento è stato affrontato con grande chiarezza e acume dall’immunologa Maria Luisa Villa in un capitolo del libro L’italiano alla prova dell’internalizzazione, a cura di Maria Agostina Cabiddu (goWare ed Edizioni Angelo Guerini e Associati SpA, 2017).

Per gentile concessione degli editori e dei rispettivi autori – che hanno fatto questo regalo a Italofonia – è possibile scaricare e leggere in formato Pdf il capitolo “La scienza, la lingua e i futuri possibili: monolinguismo o multilinguismo di scambio?

Comunicare e pensare

Maria Luisa Villa ricostruisce la storia e i problemi del linguaggio della scienza e delle sue esigenze sovranazionali sin dai tempi di Lavoisier e Linneo, quando il primo diede vita a un linguaggio rigoroso basato sulle radici latine, spazzando via tutta una serie di nomi “fantasiosi” della chimica, mentre il secondo creò il celebre sistema di classificazione binario utilizzato in biologia. Oggi le radici latine della scienza cedono il posto sempre più frequentemente all’inglese, e nel ricostruire l’andamento dell’odierno linguaggio scientifico, l’autrice fa una distinzione importante, quella tra l’esigenza di comunicare (che affronta nella prima parte) e il ruolo che la lingua ha invece sul modo di pensare (seconda parte).

Da un lato c’è l’esigenza comunicativa sovranazionale, perché “non c’è scienza senza comunicazione”, da cui deriva una concezione della “pluralità delle lingue come un pericolo per le norme epistemiche della scienza aperta”. La storia politica e militare dell’Occidente ha portato in pochi decenni all’inglese come lingua veicolare e “chi pubblica in una lingua minore, che la maggioranza non padroneggia, rischia di infrangere l’unità del sistema scientifico globale perché sottrae le sue affermazioni allo scrutinio vicendevole degli esperti” E così il “monolinguismo inglese ha soppiantato le altre lingue anche nell’uso locale, imponendo l’anglificazione delle riviste e dei congressi nazionali e infine della lingua dell’istruzione superiore”.
Ma accanto al problema della comunicazione l’autrice riflette su un altro aspetto, e cioè su come il linguaggio influisce sul modo di pensare, un approccio che risale almeno a Von Humboldt, e che coinvolge soprattutto il tema dell’Università, oltre a quello della ricerca scientifica. In questa seconda parte viene affrontato il tema affascinante dei “vantaggi del cervello multilingue”, perché “il colloquio tra lingue diverse arricchisce il pensiero di tutte. Chi studia una seconda lingua sviluppa una consapevolezza metalinguistica e metaculturale che è uno dei più importanti obbiettivi dell’educazione. Diventare multilingue significa mettersi in relazione con sottili livelli della percezione, della cognizione e dell’emozione di persone che vivono entro un differente sistema linguistico.”

Le domande che dobbiamo porci sono allora: “In un mondo dove l’inglese è la lingua globale della comunicazione, capace di dare notorietà universale alle nuove conoscenze, è possibile sostenere ancora il multilinguismo come strumento necessario per mantenere vive le diversità culturali? Possiamo continuare a comunicare attraverso l’inglese veicolare, pur pensando nella lingua dove ciascuno si sente più in armonia con se stesso?”

La risposta non sta nella messa al bando dell’inglese, ma nel concepirlo come uno strumento comunicativo che non sia il solo. “Sarebbe utile ripensare la lingua inglese non più come una meta di approdo, ma come un nodo di smistamento attraverso il quale si transita per avviarsi altrove. Tutte le lingue, grandi e piccole, traggono vantaggio a rimanere interconnesse: se vogliamo che la nostra lingua non si estingua, ma acquisti visibilità, dobbiamo agire su più fronti, investendo nella multi-traduzione del maggior numero di testi e incoraggiando gli utenti dei Global Language Networks a usare la lingua locale. Nello stesso tempo, se vogliamo che le nostre idee acquistino visibilità globale, dobbiamo riproporle in una seconda lingua ricca di connessioni.”

Insomma, facciamo bene a servirci dell’inglese, ”ma non dobbiamo tralasciare di ripartire, per ritrovare ognuno la propria lingua, arricchendo il vocabolario di tutti con le peculiarità di quello di ciascuno.” L’inglese internazionale non significa rinunciare alla nostra lingua, altrimenti il rischio è di mutilarla e di renderla incapace di esprimere tutto ciò che riguarda la scienza e la tecnica, e in questo modo “l’italiano diventerebbe in breve tempo un arcaico dialetto” e aumenterebbe “l’incomprensione tra pubblico e scienza”.

Il pezzo integrale di Maria Luisa Villa è disponibile a questo indirizzo: https://italofonia.info/wp-content/uploads/2021/05/LA-SCIENZA-LA-LINGUA-E-I-FUTURI-POSSIBILI_-Maria-Luisa-VILLA.pdf

Buona lettura!

 


In copertina foto di Belova59 da Pixabay

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