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Il plurilinguismo in Europa tutela anche l’italiano

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Jean-Luc Laffineur, avvocato iscritto agli ordini forensi di Bruxelles e di Parigi, è un cittadino italo-francese poliglotta. Nato a Lisbona cinquant’anni fa da madre italiana e padre francese, è vissuto in Portogallo, Francia, Italia, Regno Unito, e da ormai 23 anni risiede in Belgio. Parla dunque il francese, l’italiano, l’inglese, il portoghese e lo spagnolo, e ha sposato una donna greca, per cui mastica anche un po’ il greco. Il multilinguismo e il multi-culturalismo, insomma, ce li ha nel sangue, e queste premesse aiutano a comprendere il suo ruolo di presidente della GEM+, un’associazione con sede a Bruxelles fondata nel 2014 che si batte per una Governanza Europea Multilingue.

Quando gli ho domandato, provocatoriamente, perché è così importante insistere sul plurilinguismo, visto che l’inglese si è ormai imposto in Europa come la lingua franca della comunicazione, mi ha snocciolato una lunga serie di ragioni, ma quello che mi ha stupito è stato il loro ordine. È partito da un motivo semplice e legato a un sentimento di fratellanza molto bello, eppure troppe volte dimenticato: “Per conoscersi meglio tra cittadini europei.” Spesso pensiamo che le differenze linguistiche si possano superare con l’inglese, ma questa soluzione “serve essenzialmente a comunicare nel campo turistico e commerciale, e per farlo non serve padroneggiare un lessico molto ampio. Si tratta di una comunicazione superficiale , e la stragrande maggioranza degli interlocutori europei non possiede una conoscenza dell’inglese che consenta loro di sostenere conversazioni più profonde, dunque l’inglese permette un dialogo superficiale. Il multilinguismo, al contrario, è essenziale per penetrare e capire la cultura altrui, che si esprime attraverso la lingua.”


Il monolinguismo basato sull’inglese danneggia il pensiero
Laffineur insiste molto su una differenza troppo spesso trascurata tra la lingua come mero strumento pratico di comunicazione, quella limitata e tutto sommato in parte risolvibile con un traduttore automatico, e la lingua ben più profonda che permette di esprimere il proprio pensiero . “Anche se l’inglese è conosciuto piuttosto bene da una cerchia ristretta di cittadini europei, di solito laureati in ambito scientifico e commerciale (tanti Master, in tutta Europa, sono ormai solo in inglese), questa ottima padronanza è però ristretta al proprio settore professionale.” Ma se passiamo dagli ambiti, con i loro tecnicismi, alla lingua come espressione del proprio pensiero e della propria cultura, le cose cambiano, e il presidente della GEM+ cita molti autori e studi scientifici che dimostrano come l’ unilinguismo – così definisce il caso dell’euro-inglese – “danneggia il pensiero personale, il ragionamento e persino la qualità del lavoro. In Danimarca, un paese dove la conoscenza dell’inglese è molto diffusa come in altri Paesi del Nordeuropa, alcuni ricercatori hanno confrontato la qualità delle produzioni degli studenti davanti a una stessa domanda formulata nella loro lingua madre e in inglese: i risultati in inglese erano disastrosi (Claude Truchot in “Du traitement des langues aux politiques linguistiques dans l’entreprise” Le journal de l’école de Paris du management 2010/1 (N°81), pp. 17-24). Un esperto tedesco di informatica, Josef Weizenbaum del MIT, ha spiegato molto bene perché l’informatica tedesca è in ritardo rispetto alla ricerca americana: Ognuno pensa nella propria lingua, con le proprie sfumature. Il fatto che molti tedeschi siano dipendenti da pezzi d’inglese, d’altra parte, porta alla povertà linguistica, a un discorso che diventa un minestrone. In queste condizioni, non è possibile che le idee nascano (Walter Krämer, “La lingua madre come motore del pensiero creativo” in TRIVIUM – rivista franco-tedesca di scienze umane e sociali – 2013). E, secondo Walter Krämer, l ‘esplosione delle scoperte scientifiche alla fine del Rinascimento coincise con il declino del latino come lingua di pensiero delle nazioni europee. Galileo pensava in italiano, Keplero o Leibniz in tedesco e Newton probabilmente in inglese. Solo i risultati del loro pensiero sono stati pubblicati da tutti loro in latino. E più in generale, oggi la penetrazione dell’inglese nella comunità scientifica tedesca non è un aiuto, ma un ostacolo, al progresso della conoscenza. Seguendo questa strada, stiamo confermando il declino della ricerca tedesca in tutti i campi e ci stiamo trasformando in subordinati o addirittura schiavi di un sistema internazionale di valori e comunicazione dominato dagli anglo-americani, stiamo diventando cittadini di seconda classe nel nostro stesso ambiente scientifico.

 

Plurilinguismo, identità europea e democrazia
Laffineur tocca poi il tema dell’identità europea, e aggiunge che “ non è un caso se il maggior Paese di cui gli abitanti hanno l’inglese come lingua madre in Europa ha deciso di uscire dalla UE: è proprio anche perché essi non imparano più le altre lingue. Lo ha scritto Tony Barber sul Financial Times il 15 marzo del 2019: Le scuole e le università britanniche hanno fatto troppo poco per promuovere la conoscenza dell’UE dopo il 1973. Più a lungo il Regno Unito è stato membro, meno le lingue europee sono state studiate nel sistema educativo. Tutto questo ha permesso alle falsità, alle caricature e alle fantasie sull’Europa che sono state sparse nella campagna referendaria del Regno Unito del 2016 di cadere su un terreno fertile. Esse spiegano molto bene perché una stretta maggioranza di elettori britannici sia stata persuasa a votare contro la permanenza nell’UE. ” Ma non c’è solo questo, l’identità europea è qualcosa che serve anche a garantire la pace , ricorda Laffineur. “L ’inglese non è lingua franca solo in Europa. Lo sta diventando un po’ in tutto il mondo. Se vogliamo imporre l’inglese come unica lingua che tutti devono saper parlare per poter girare e lavorare in Europa e fuori, allora per i cittadini europei rischia di scomparire il sentimento di appartenere a uno spazio politico in essere distinto dalla globalizzazione. Ma su questo scenario i movimenti di resistenza alla mondializzazione e i sovranismi potrebbero guadagnare terreno per opporsi e rigettare la costruzione dell’Europa che verrebbe a coincidere con il modello della globalizzazione. E i nazionalismi portano con loro i semi della guerra, sappiamo tutti come potrebbe andare a finire.”

Dunque il multilinguismo è indispensabile alla sopravvivenza della democrazia e serve per la coesione sociale. “La GEM+ sta costatando come i dirigenti delle istituzioni europee cerchino di imporre l’inglese come lingua unica di lavoro, vuoi per ragioni di costi vuoi per ideologia. Eppure i dati dimostrano che l’85% dei cittadini europei hanno una conoscenza media, bassa o inesistente dell’inglese. Come si fa a costruire una Europa politica rivolgendosi ai cittadini in una lingua compresa a fondo solo dal 15% della popolazione? Tedesco, francese e italiano, sommate insieme, sono le lingue madri di ben il 51% dei cittadini della UE.” E in questo scenario il problema è quello della lingua come strumento di potere ma anche di potenziale non discriminazione: “Poiché ognuno pensa nella propria lingua, succede poi che chi ha una migliore padronanza dell’inglese è avvantaggiato e chi non lo padroneggia è penalizzato anche se le sue conoscenze tecniche o scientifiche sono superiori, il che vale sia nel settore privato (aziende, associazioni, centri di ricerca…) sia nel settore pubblico (istituzioni europee e internazionali ma anche enti pubblici che svolgono attività oltre i confini nazionali).”

 

Il multilinguismo tutela anche l’italiano
Queste sono le motivazioni che hanno fatto sorgere la GEM+ e che la sorreggono. Promuovere il multilinguismo in Europa è un obiettivo che serve a impedire l’egemonia dell’inglese come lingua dominante o unica nelle istituzioni europee. L’alternativa si basa su una soluzione che prevede un equilibrio tra cinque o sei lingue di lavoro di base (l’adozione di italiano, francese, tedesco, inglese, spagnolo ed eventualmente polacco coprirebbe il 70% delle lingue madri). Accanto a questo c’è poi l’idea di un multilinguismo residuale, e cioè fare in modo che i commissari europei, nei loro discorsi ufficiali, si esprimano a nome della UE nella propria lingua (per es. in lituano) e in almeno due delle sei lingue sovra-menzionate, e non più solo in inglese.

In Italia non ci sono associazioni del genere, e purtroppo non c’è nemmeno questo tipo di mentalità attenta al plurilinguismo inteso come valore, ricchezza, espressione delle diverse culture e della democrazia. La nostra classe dirigente, e molti italiani, danno per scontata la soluzione dell’inglese internazionale senza metterla in discussione alla luce della costruzione europea e forse senza nemmeno comprendere che cosa implica. Nel mondo francofono, al contrario, belgi, francesi, svizzeri, canadesi… hanno compreso meglio il pericolo politico derivante dall’uso abusivo di una lingua di potere, nella fattispecie una lingua madre di diverse potenze estere, come l’inglese. Dovremmo dunque riflettere anche noi sulla questione, aprire un dibattito. E Laffineur conclude la nostra chiacchierata proprio invocando che davanti al monolinguismo basato sull’inglese della UE, ma anche davanti all’abuso degli anglicismi che penetrano nella nostra lingua, “sarebbe urgente creare un’associazione che tuteli e promuova l’italiano” sul piano interno e su quello internazionale. In mancanza di ciò, associazioni come la sua, in nome del plurilinguismo, anche se hanno sede all’estero tutelano anche l’italiano. Una sentenza della Corte di Giustizia – per esempio – ha accolto il ricorso effettuato dal governo italiano contro l’organizzazione dei concorsi per diventare funzionari dell’UE solamente in francese, inglese e tedesco, e la GEM+ ha chiesto alla Commissione europea di organizzare i concorsi in 5 lingue includendo anche lo spagnolo e l’ italiano ! Non è un caso che tra i membri di questa associazione ci siano anche molti italiani, accanto a francesi, tedeschi, belgi, greci e tanti atri cittadini di tutta Europa.

In copertina foto di NakNakNak da Pixabay

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