I viaggi del Papa e il prestigio dell’italiano lingua della Chiesa in giro per il mondo

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L’italiano è a tutti gli effetti una lingua internazionale, dato che è ufficiale in più nazioni. Ma a differenza di altre lingue, come lo spagnolo, il francese o l’inglese, il numero di parlanti madrelingua è concentrato al 90% in un unico Paese, l’Italia. Questo fatto contribuisce probabilmente alla percezione di lingua “piccola”, poco conosciuta, poco importante, che molti Italiani hanno di essa. E alimenta di conseguenza quel complesso d’inferiorità collettivo che è alla base di molti fenomeni deleteri per la nostra lingua, dalla sterilità nel generare neologismi, al conseguente abuso di anglicismi crudi in quantità e frequenze incredibili, fino all’assurda strategia degli ultimi governi italiani, che si impegnano per far sparire l’italiano dall’uso tecnico-scientifico e quasi si vergognano di portarlo in giro per il mondo. L’ultimo esempio è l’umiliante campagna beIT, di cui abbiamo parlato.

Noi di Italofonia cerchiamo – nel nostro piccolo e per quanto ci compete  – di far recuperare alla comunità parlante italofona un po’ di equilibrio nel giudicare il peso globale della propria lingua. Un peso che non passa attraverso grandi numeri di locutori L1 ed L2 ma attraverso altri fattori. Uno di questi è la Chiesa Cattolica. Che si sia cattolici o meno, essa rappresenta una grande organizzazione mondiale plurisecolare, e uno dei principali attori sulla scena diplomatica del pianeta, ancora capace di influenzare decisioni politiche e opinioni pubbliche, e di svolgere un potente ruolo di mediazione tra posizioni divergenti. È attiva nella lotta contro l’estremismo religioso e il dialogo con altre grandi religioni nel segno della pace.

Per tutte queste attività la Chiesa utilizza come strumento principale la lingua italiana, che inoltre è ancora una grande lingua veicolare al suo interno. Nelle Pontificie Università dove migliaia di giovani preti e studenti da tutto il mondo compiono i propri studi, la quasi totalità del percorso di insegnamento avviene in italiano, in un contesto ben più internazionale del Politecnico di Milano, che invece considera la nostra lingua superflua tanto da fare di tutto per abolirla in favore del monolinguismo inglese.

L’italiano è la lingua in cui il Pontefice tiene i suoi discorsi durante l’Angelus a Roma e nei suoi viaggi in giro per il mondo, salvo rare eccezioni in cui utilizza l’inglese (in paesi anglofoni) o la propria lingua madre (il tedesco per Benedetto XVI, lo spagnolo per Francesco). L’ultimo esempio lo abbiamo con il viaggio appena concluso dal Papa in Grecia, dove ha visitato anche le isole protagoniste dei grandi flussi migratori verso l’Europa. Ha sempre parlato in italiano, come nel discorso ai giovani in questo video:

L’uso dell’italiano, secondo alcuni vaticanisti, è preferito anche perché ci sono aree del mondo – pensiamo ai Paesi arabi – dove l’inglese è percepito principalmente come la lingua degli Stati Uniti, con tutte le conseguenze politiche derivanti. Dunque l’italiano, lingua del vescovo di Roma, il Papa, si rivela uno strumento più neutrale.

Anche nelle conferenze stampa il Pontefice usa questa lingua, comprese quelle in aereo nei viaggi di ritorno dalle sue visite internazionali. L’italiano è anche la lingua del piccolo stato che ospita i Papi, la Città del Vaticano, e di conseguenza viene spesso usato nelle cerimonie di accoglienza:

Se i ministri italiani della Cultura e degli Esteri non ritengono l’italiano all’altezza nemmeno di dare il nome a una piattaforma digitale o a una campagna di comunicazione che rappresenta l’Italia, esso è la lingua in cui è redatto (insieme all’arabo) il Documento sulla Fratellanza umana firmato da Papa Francesco e dal Grande Imam Al-Ahzar nel febbraio 2019 (qui il testo integrale).

Nell’angolo in alto a destra nella foto si leggono le parole conclusive del testo italiano: “[…] pace universale di cui godano tutti gli uomini in questa vita.”

Ciò fa apparire ancora più triste l’incapacità sempre più palese dei politici italiani di usare la propria lingua in contesti alti e internazionali. Uno svilimento che, appunto, non ha nulla di oggettivo e inevitabile, ma è una scelta miope di un Paese – l’Italia – che ha perso qualsiasi stima per se stesso, le proprie capacità, la propria cultura.

 

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Copertina: Flickr europarl

 

 

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