Anglificazione dell’università e politica linguistica: intervista a Michele Gazzola

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Intervista di Antonio Zoppetti


 

Michele Gazzola, professore associato di amministrazione e politiche pubbliche all’Università dell’Ulster, si occupa di politica linguistica e degli aspetti economici e sociali del plurilinguismo, temi su cui vanta numerose pubblicazioni (è in uscita il suo ultimo contributo: “Politica linguistica e internazionalizzazione dell’Università e della Ricerca”, in Sergio Lubello et al., Lingue, frontiere, esplorazioni e migrazioni. Storia della lingua e storia del contatto linguistico. Atti del XVI Convegno dell’Associazione per la Storia della Lingua Italiana. Franco Cesati Editore, Firenze 2026).
Lo abbiamo intervistato a proposito delle politiche che puntano a insegnare in inglese nelle università.

Negli ultimi decenni, con l’obiettivo di “internazionalizzare” l’università stiamo assistendo alla sua anglificazione, cioè la prassi di insegnare direttamente in inglese. Qual è la situazione italiana nel contesto europeo?

È difficile avere delle cifre univoche. Secondo un recente sondaggio dell’Osservatorio europeo del Plurilinguismo, un’organizzazione attiva nella promozione del multilinguismo europeo, l’anglificazione dell’insegnamento universitario, ovvero la tendenza a fornire percorsi di laurea interamente in inglese in paesi non anglofoni, è un fenomeno in rapida espansione in Europa. Alcuni paesi hanno ormai superato la soglia psicologica del 50%, ovvero la maggioranza dei programmi universitari sono insegnati esclusivamente in inglese.

Cito i risultati dello studio dell’Osservatorio:
– nei Paesi Bassi, attualmente, il 65-70% dei corsi di laurea triennale e il 75-80% dei master sono in inglese, contro il 10-15% del 2010;
– in Danimarca è in inglese il 67% dei master, e i corsi di laurea triennale in inglese (oggi al 23%) sono in forte espansione;
– in Svezia sono stati anglificati il 10% dei corsi di laurea triennale e il 67% dei master;
– situazione simile in Finlandia: 12% dei corsi di laurea triennale e il 50% dei master sono in inglese;
in Germania l’attuale percentuale dei corsi di master interamente in inglese è del 16%, un dato simile a quello della DAAD (Servizio Tedesco per lo Scambio Accademico) che si attesta al 18%, mentre quella dei corsi di laurea triennale rimane al di sotto del 5%;
in Francia la percentuale di lauree specialistiche insegnate esclusivamente in inglese nel 2025 è balzata a circa il 10%, il doppio rispetto a dieci anni prima;
in Spagna, Austria e Italia le percentuali sono tra il 5 e il 10% per i master e meno del 5% per i corsi di laurea triennale. Questi dati sono sostanzialmente confermati dall’ultima rilevazione dell’ANVUR, l’Agenzia nazionale per la valutazione dell’università e ricerca italiana. Nell’anno accademico 2024-2025, il 12,2% dei corsi di laurea erogati in Italia erano esclusivamente in inglese, contro l’8,4% del 2018-2019.

Si tratta quindi di un fenomeno in forte e rapida espansione, spesso sostenuto e incoraggiato dai governi, e riguarda soprattutto le università più prestigiose, quelle che è più probabile siano oggetto d’imitazione da parte delle altre.

Quali sono i motivi di questa esplosione dei corsi in inglese?

La tendenza all’anglificazione va cercata nella diffusione e mediatizzazione delle graduatorie delle università, specialmente i due sistemi di classificazione britannici QS e Times Higher Education. In entrambe le classifiche, gli indicatori di qualità che contribuiscono a determinare il punteggio finale sono basati sulla percentuale degli studenti e dei docenti stranieri. Le università hanno quindi un forte incentivo a gonfiare in fretta la percentuale di studenti stranieri per scalare artificialmente le graduatorie, e ad allentare i requisiti di conoscenza delle lingue nazionali nei processi di reclutamento del personale docente straniero. I corsi di laurea interamente in inglese servono a questo scopo. La domanda che dobbiamo porci è: perché continuiamo a dare credito a queste classifiche, invece di sostituirle con una graduatoria europea?

Va bene, gli atenei stanno erogando sempre più corsi in inglese per attrarre gli studenti stranieri e scalare le classifiche internazionali, ma questa strategia è davvero conveniente per il nostro Paese? L’anglificazione dell’università ha degli effetti collaterali sull’italiano e sulla ricerca nelle lingue locali, e pone problemi non solo etici o cognitivi, ma anche economici. Soffermiamoci su questi ultimi.

Ci sono diversi nodi irrisolti che derivano dalla frettolosa anglificazione dell’insegnamento universitario. Il primo riguarda la qualità della trasmissione del sapere, un punto che resta paradossalmente in secondo piano. Tuttavia è il più importante: se avviene nella lingua nativa l’insegnamento è più efficace. La maggior parte degli studenti non va all’università per imparare l’inglese; va all’università per diventare un bravo ingegnere, economista o medico.
Ricerche recenti condotte in Italia, Svezia e Austria indicano che l’uso di una lingua diversa da quella madre degli studenti può incidere negativamente sia sulla comprensione dei contenuti sia sui risultati accademici, rispetto a percorsi svolti nella lingua nativa. Il punto, ovviamente, non è mettere in discussione il valore formativo, culturale e umano dell’esperienza di studio all’estero attraverso un’altra lingua. La questione riguarda piuttosto l’effettiva utilità di adottare l’inglese in contesti in cui studenti e docenti condividono e usano la stessa lingua materna.

C’è poi un secondo nodo, quello della giustizia distributiva.
Nei paesi dell’Europa continentale, le università pubbliche sono sostenute in larga misura dai contribuenti e mantengono tasse universitarie molto più contenute rispetto a quelle del Regno Unito. Proprio per questo, affinché l’investimento pubblico produca un ritorno collettivo, è cruciale che i laureati restino a lavorare nel paese che li ha formati, che si integrino nel tessuto produttivo e paghino le tasse. Secondo questa lettura, l’offerta esclusivamente in inglese rischia invece di alimentare la mobilità in uscita, come dimostrato da recenti ricerche empiriche sul caso italiano. L’Italia è un paese con un’economia stagnante da lustri: salari bassi rispetto agli altri maggiori paesi europei, imprese piccole che fanno poca ricerca e innovazione, e una burocrazia inefficiente. La retorica dell’anglificazione dei percorsi di laurea per ‘attirare talenti’, e addirittura per contrastare l’inverno demografico, cozza contro il principio di realtà: una volta conseguito il diploma, infatti, molti laureati stranieri si guardano attorno – come quelli italiani del resto – e decidono di andare all’estero per cercare migliori opportunità. Una perdita secca per il paese: si usano i soldi dei contribuenti per sussidiare lauree in inglese, imponendo peraltro inedite barriere linguistiche agli studenti italofoni, e per attirare studenti stranieri che lasciano il paese dopo la laurea.
Qualcuno capisce il senso di questa politica?
Per limitare la fuga di capitale umano qualificato, andrebbe invece incentivato in modo più efficace l’apprendimento della lingua nazionale da parte degli studenti stranieri, promuovendo un reale plurilinguismo. Inoltre, le rette delle lauree in inglese dovrebbero essere molto più alte rispetto a quelle nelle lingue nazionali, in modo da far ricadere sugli iscritti (italiani o stranieri) il costo effettivo della formazione, e usare l’avanzo per sussidiare i percorsi nelle lingue nazionali. Una retta di almeno €10.000-€15.000 all’anno sarebbe adeguata, in linea almeno con le rette delle università britanniche di seconda scelta, e almeno €20.000-25.000 all’anno per medicina e chirurgia.
Le tasse di iscrizione attuali invece non arrivano nemmeno a €3.000 e per studenti con redditi più bassi sono anche inferiori.

C’è un ultimo aspetto da considerare in tutto questo: la manna degli studenti dalla Cina e dall’India si esaurirà, prima o poi. Le università di quei paesi, specialmente quelle cinesi, sono in crescita e alcune alla pari se non superiori a quelle europee; gli studenti asiatici iniziano a chiedersi se vale veramente ancora la pena venire a studiare in Europa. Infine, dobbiamo uscire dalla logica delle graduatorie perché si tratta di un’illusione ottica: ci sarebbe comunque un primo e un ultimo in classifica anche se tutte le università europee insegnassero solo in inglese.

La questione, più che con le ideologie nazionaliste o sovraniste, mi pare che abbia a che fare con l’ecologia linguistica, cioè con il considerare il plurilinguismo come un valore e una ricchezza da tutelare, anziché un ostacolo al monolinguismo globale a base inglese. Invece che lasciar fare alla “selezione naturale” – che non può che favorire la lingua del più forte – quali sono le politiche che si potrebbero mettere in campo per conciliare l’internalizzazione con la tutela del nostro patrimonio linguistico?

Riprendendo il celebre aforisma del linguista americano Max Weinreich – secondo cui una lingua è “un dialetto con un esercito e una marina” – Umberto Eco aggiungeva una provocazione altrettanto efficace: un dialetto è anche una lingua a cui è mancata l’università. In altre parole, è una lingua che non ha avuto pieno accesso ai luoghi della ricerca, del pensiero scientifico e del confronto filosofico, dove ogni giorno nascono parole nuove e nuovi concetti.
Su questa linea si collocava anche la riflessione di Luca Serianni. Per il grande linguista, una lingua che smettesse di esprimersi in ambiti decisivi come la scienza e la tecnologia rischierebbe, nel giro di pochi anni, di ridursi a un “rispettabilissimo dialetto”: efficace nella vita quotidiana e magari ancora vitale nella letteratura e nella poesia, ma sempre meno capace di affrontare la complessità del presente e il livello di astrazione richiesto dai processi intellettuali.
La progressiva perdita di funzionalità dell’italiano non è dunque una questione marginale. Attenzione, qui non mi riferisco alla terminologia, ovvero all’uso e talvolta all’abuso di anglismi. Si tratta di una questione più fondamentale, ovvero la funzione sociale della lingua nella diffusione del sapere e, di conseguenza, nella crescita culturale collettiva. Se le lingue nazionali perdono terreno proprio nei contesti più alti della comunicazione, il rischio è quello di scivolare verso una sorta di nuova diglossia, una “diglossia neomedievale”, in cui alcune lingue vengono relegate alla vita comune e altre monopolizzano la produzione della conoscenza. La storia europea, del resto, mostra la necessità del movimento contrario. La ricerca scientifica ha compiuto un salto decisivo quando studiosi e insegnanti hanno progressivamente abbandonato il latino sclerotizzato per scrivere e insegnare nelle lingue in cui il pensiero fluiva spontaneamente, cioè i cosiddetti volgari. È stato anche grazie a questo passaggio che il sapere ha potuto allargarsi, radicarsi nelle società e diventare più accessibile e democratico.
Non so con quale assiduità chi progetta le politiche linguistiche universitarie nei ministeri e negli atenei frequenti la letteratura specialistica in sociolinguistica e pianificazione linguistica. Magari è un eccellente professore di ingegneria, di finanza o storia, ma questo non basta. Si guarda al breve termine, al riscontro immediato. E invece dobbiamo guardare al lungo periodo, perché i fenomeni di cambiamento linguistico sono lenti e proprio per questo è molto difficile tornare indietro quando il cambiamento è avvenuto. Mi si permetta un’analogia: il surriscaldamento climatico di cui ci lamentiamo oggi non viene da ieri: è l’esito di decenni di eccessive emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera. Per questo, ci vorranno decenni per gestirne le conseguenze. La graduale perdita di funzionalità dell’italiano è un fenomeno di cui avvertiremo le conseguenze tangibili fra una generazione.
Dobbiamo allora porci delle domande. Gli studenti di oggi che non apprendono l’italiano tecnico-scientifico perché studiano esclusivamente in inglese fin dalla triennale, saranno capaci un domani, quando diventeranno professori, di insegnare in italiano agli studenti universitari delle nuove generazioni? Non è una questione di acquisizione della terminologia, lo ripeto, ma di pratica e abitudine comunicativa. Una volta che si installa nelle consuetudini della maggioranza di un gruppo di parlanti la convinzione sociolinguistica che non è (più) ‘normale e comune’ svolgere certe attività sociali in una determinata lingua, poi è molto difficile tornare rapidamente indietro.

Quali politiche linguistiche si potrebbero attuare per gestire il cambiamento?

Esistono dei margini concreti di intervento per promuovere la giustizia e la democrazia linguistica. La libertà di scegliere in quale lingua pubblicare va rispettata perché è una componente della libertà accademica. Tuttavia, i sistemi nazionali di valutazione delle università non dovrebbero penalizzare in modo artificiale l’uso della lingua nazionale. Allo stesso modo, andrebbero messe in discussione classifiche internazionali come QS e THE, sostituendole con una graduatoria europea capace di valorizzare anche il multilinguismo. L’idea è che i finanziamenti nazionali ed europei destinati a università e ricerca vengano collegati a nuovi indicatori che premiano la pluralità linguistica, un po’ come già avviene in molti casi per la parità di genere. Anche nelle richieste di finanziamento, il multilinguismo potrebbe diventare un criterio premiante. Sul fronte della didattica, la proposta è altrettanto netta: nei paesi non anglofoni, i corsi di laurea offerti in inglese dovrebbero avere tasse di iscrizione molto più alte rispetto a quelli erogati nelle lingue nazionali, fino al prezzo massimo che accetta il mercato, in modo da riflettere il loro costo reale per la collettività. Infine, un ruolo importante potrebbe essere affidato alle nuove tecnologie: dalla traduzione automatica neurale all’intelligenza artificiale, strumenti che potrebbero facilitare la circolazione internazionale delle pubblicazioni scientifiche, con costi sostenuti però dagli editori e non dai ricercatori.
Anche qui, però, bisogna agire per tempo. L’intelligenza artificiale si allena sui testi. Se vengono meno i testi di qualità sui cui allenare la macchina, ovvero le pubblicazioni scientifiche in lingue diverse dall’inglese, la macchina banalmente resta senza carburante linguistico.

In copertina: immagine di RDNE Stock project  via Pexels.com

 

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