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L’Accademia della Crusca ha rotto un lungo silenzio. Con un intervento pubblicato sul sito ufficiale dell’istituzione come “Tema del mese“, il presidente Paolo D’Achille ha sollevato una questione che linguisti e appassionati della lingua dibattono da anni, ma che raramente trova spazio nel discorso pubblico ufficiale in Italia: l’italiano rischia di diventare un dialetto. Non un dialetto nel senso romantico del termine — lingua viva, parlata, radicata nel territorio — ma nel senso tecnico di una lingua “bassa”, relegata alla comunicazione quotidiana e informale, mentre un’altra lingua occupa gli spazi della cultura, della scienza, dell’università e del potere.
Per capire la portata dell’allarme, bisogna partire da un concetto chiave: la diglossia. Si tratta della presenza, su uno stesso territorio, di due idiomi con prestigio sociale diverso. Nel Medioevo, la lingua “alta” era il latino — lingua della scrittura, della conoscenza, della Chiesa — mentre le masse parlano i volgari, considerati lingue “basse” e informali. Con secoli di lenta conquista culturale, i volgari hanno scalato la gerarchia linguistica, fino a che il toscano-fiorentino è diventato la lingua nazionale italiana, mentre gli altri volgari si sono cristallizzati come dialetti.
Oggi, secondo D’Achille, si starebbe ripetendo uno schema simile: l’inglese sta assumendo il ruolo di lingua “alta” della modernità, quella della ricerca scientifica, delle università più prestigiose, del mercato globale. E se un ricercatore pubblica in inglese per essere letto, se le università italiane aprono corsi in inglese per attrarre studenti internazionali, se il linguaggio istituzionale e giornalistico si infarcisce di termini angloamericani, il destino dell’italiano come lingua di cultura è tutt’altro che garantito.
Il paragone storico più calzante lo offre il linguista Jurgen Trabant, che parla di una nuova “diglossia neomedievale”: l’inglese ha preso il posto del latino.
Ciò che rende significativo l’intervento di D’Achille non è solo la diagnosi — che circolava già da tempo nelle riflessioni di studiosi come Gian Luigi Beccaria, Luca Serianni e Marco Biffi — ma il tono prescrittivo. La frase chiave è questa: “Perché si possa parlare di un italiano del futuro, bisogna fare qualcosa al più presto.”
Si tratta di un cambio di passo rispetto alla tradizione accademica italiana, storicamente orientata verso il descrittivismo linguistico e diffidente nei confronti dell’interventismo normativo. La Crusca osserva, registra, consiglia — ma raramente ingaggia battaglie. Questa volta, invece, sembra voler andare oltre la semplice descrizione del fenomeno.
D’Achille invita anche alla creatività lessicale: invece di importare parole dall’inglese, bisogna “tornare a inventare”. Una posizione che richiama esperienze di altre tradizioni linguistiche europee, come quella francese, dove la loi Toubon del 1994 ha stabilito obblighi concreti sull’uso del francese nel linguaggio pubblico, istituzionale e professionale.
Uno dei segnali più eloquenti dell’interesse suscitato dalla presa di posizione della Crusca è che la notizia è rimbalzata sui giornali non solo italiani ma anche inglesi. Il giornalista Nick Squires del Telegraph ha intervistato D’Achille per un articolo che ha poi trovato spazio anche sul Sunday Telegraph e sul Daily Star.
Con una certa ironia, Squires si è ritrovato a dover spiegare ai lettori britannici una serie di “pseudoanglicismi” italiani: parole che sembrano inglesi ma che in inglese significano tutt’altro, o non significano nulla. Un box non è una scatola di cartone, ma un posto auto. Un rider non ha nulla a che vedere con i cavalli: è il fattorino che consegna il cibo a domicilio in bicicletta. Il basket non è un cestino, ma la pallacanestro.
Questa straniante galleria di pseudoanglicismi dice qualcosa di importante: il problema non è solo l’importazione di parole straniere — fenomeno normale in qualsiasi lingua viva — ma una più profonda sudditanza culturale, un’anglomania, come la chiama il saggista e collaboratore di Italofonia Antonio Zoppetti, che porta a preferire sistematicamente il termine inglese anche quando quello italiano esiste, è preciso e ben comprensibile.
Il dibattito ha coinvolto anche altre voci. La linguista Yasmina Pani ha analizzato l’intervento di D’Achille in un video di commento che ha attirato attenzione sulle reti sociali, offrendo un inquadramento scientifico prezioso per chiunque voglia capire davvero di cosa si sta parlando.
Uno dei punti più originali della sua analisi riguarda la storia peculiare dell’italiano rispetto alle altre grandi lingue europee. A differenza del francese o dell’inglese, l’italiano non si è imposto attraverso conquiste militari o politiche centralizzate, ma attraverso la forza della letteratura — Dante, Petrarca, Boccaccio. Per secoli è rimasto una lingua prevalentemente scritta, stabile, coltivata da una minoranza colta, e solo dopo l’Unità d’Italia, grazie alla scuola e all’alfabetizzazione di massa, è diventato davvero la lingua parlata da tutti.
Questa origine spiega anche una fragilità strutturale: un modello linguistico costruito sulla letteratura regge fin quando la letteratura ha autorità sociale. Ma nel corso del Novecento, Pani osserva come la scrittura abbia perduto la propria “sacralità”: l’era digitale, con i messaggi istantanei, i social network e la comunicazione frammentata, ha reso lo scritto quotidiano, veloce, semplificato, spogliandolo della funzione di modello linguistico elevato che aveva storicamente svolto.
Su questo sfondo, l’influenza dell’inglese agisce su più livelli. Pani — in accordo con D’Achille — distingue tra i prestiti lessicali puri (una parola come call al posto di “chiamata” è fastidiosa ma tutto sommato marginale) e fenomeni molto più profondi: gli slittamenti semantici, per cui parole italiane assumono significati che non avevano perché calco di un uso angloamericano; i cambiamenti sintattici, che alterano le reggenze verbali e preposizionali; e soprattutto la mancanza di creatività lessicale, ovvero la tendenza a importare direttamente concetti e parole senza adattarli né inventare equivalenti italiani. Quest’ultimo punto è particolarmente grave, perché una lingua che smette di creare nuove parole proprie è una lingua che ha smesso di pensare in se stessa.
Sul piano delle soluzioni, Pani sottolinea la mancanza di politiche linguistiche strutturate in Italia. In altri Paesi le accademie linguistiche hanno un ruolo normativo riconosciuto, e le istituzioni le ascoltano. In Italia, invece, l’italiano perde terreno in ambiti cruciali — i corsi universitari tenuti esclusivamente in inglese, l’obbligo di pubblicare in inglese anche per riviste scientifiche italiane — senza che nessuno sembri ritenere il problema urgente.
L’appello finale che Pani ricava dall’intervento di D’Achille è quello di agire oggi, prima che l’italiano diventi una lingua “monca”: capace di descrivere la vita quotidiana, ma non più attrezzata per esprimersi nei domini più alti del sapere e del pensiero.
Il dibattito tocca due fenomeni distinti ma intrecciati.
Il primo è la dialettizzazione: il rischio che l’italiano venga progressivamente escluso dagli ambiti alti della cultura e della conoscenza, relegato a lingua della vita quotidiana mentre l’inglese occupa le posizioni di prestigio.
Il secondo è l’anglicizzazione (o ibridazione): la trasformazione interna della lingua italiana attraverso l’inserimento massiccio di termini inglesi non adattati, che alterano la fonologia, l’ortografia e la morfologia dell’italiano, dando vita a quello che viene chiamato “itanglese”.
Questi due processi si alimentano a vicenda: più l’inglese è percepito come la lingua del prestigio e del potere, più si tende a ostentarlo anche nel discorso ordinario; e più il lessico si anglicizza, più l’italiano appare come una lingua “povera” o “provinciale” rispetto all’inglese.
D’Achille non entra nel dettaglio delle proposte, ma la sua chiamata all’azione apre uno spazio di discussione necessario. Alcune direzioni possibili emergono dal dibattito:
Sul piano istituzionale, si potrebbe intervenire sul linguaggio della pubblica amministrazione e delle comunicazioni ufficiali, valorizzando le equivalenze italiane già esistenti e scoraggiando l’uso gratuito di termini inglesi. L’esperienza europea offre modelli virtuosi: i traduttori italiani presso le istituzioni UE producono regolarmente testi normativi in italiano corretto e preciso, spesso ignorati dalla stampa italiana che preferisce citare i titoli inglesi degli stessi atti.
Sul piano accademico, si potrebbe difendere il diritto allo studio e alla ricerca nella propria lingua, senza che questo significhi chiudersi all’internazionalizzazione, ma anzi promuovendo un modello in cui l’italiano resta lingua scientifica di pieno diritto accanto all’inglese.
Sul piano culturale, infine, serve un cambio di paradigma: trattare l’uso inutile e pretenzioso dell’inglese non come un segno di modernità, ma come un ostacolo alla comunicazione e alla comprensione democratica — esattamente come si è imparato a fare con il linguaggio sessista o escludente.
L’allarme della Crusca è arrivato tardi, secondo molti. Ma è arrivato, e in modo abbastanza netto da non poter essere ignorato. La domanda che resta aperta — e che D’Achille stesso non ha ancora risposto — è: dopo l’allarme, cosa?
La speranza è che l’istituzione più autorevole della lingua italiana non si limiti a descrivere il pericolo, ma contribuisca attivamente a costruire quella parte construens che al dibattito ancora manca: proposte concrete, alleanze politiche e culturali, e soprattutto la volontà di trasformare la preoccupazione in azione.
Perché, come ci ricorda la storia, le lingue non muoiono da sole. Muoiono quando smettono di essere difese da chi le parla.
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