Sanremo: il dialetto e la lingua italiana nelle canzoni della rassegna musicale

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Il Festival della Canzone italiana, che ogni anno si svolge nella città ligure di Sanremo, ha concluso ieri la sua 74^ edizioni, vinta da Angelina Mango con il brano “Noia”.

Dal punto di vista linguistico, questa edizione è stata caratterizzata da alcune polemiche relative alla presenza di una canzone quasi interamente scritta in napoletano: “I p’me, tu p’te”, di Geolier. Il regolamento della rassegna, infatti, portava da sempre scritto che “i testi delle canzoni devono essere in lingua italiana”.

Nei primi anni 2000, però era stato modificato: «Non fa venire meno il requisito della appartenenza alla lingua italiana la presenza nel testo letterario di parole e/o locuzioni in lingua dialettale italiana, quali espressioni di cultura popolare».

Dal 2009, esplicitamente si dice che: «Le canzoni dovranno essere in lingua italiana; si considerano appartenenti alla lingua italiana, quali espressione di cultura popolare, canzoni in lingua dialettale italiana e non fa venir meno il requisito dell’appartenenza alla lingua italiana la presenza di parole e/o locuzioni in lingua straniera, purché tali da non snaturare il complessivo carattere italiano del testo». C’è chi aveva lanciato una petizione per fa ammettere a Sanremo canzoni in lingua corsa, linguisticamente appartenente al gruppo dei dialetti italiani centro-meridionali. Dunque, tecnicamente, nessun ostacolo a una canzone interamente – o quasi – in dialetto napoletano.

I testi delle canzoni cantate durante la cinque giorni rappresentano inoltre uno spaccato interessante sull’evoluzione e lo stato attuale della nostra lingua. Per esempio, la maggioranza dei testi presentano diversi anglicismi non adattati (dress-code, business, princess) un tempo quasi del tutto assenti. Ma anche il linguaggio utilizzato sul palco, dallo stesso presentatore Amadeus, per esempio, incapace di pronunciare “duemilaventiquattro” e preferendo invece un calco sull’inglese “venti-ventiquattro”,

Lorenzo Coveri, eminente linguista e membro dell’Accademia della Crusca, ha analizzato i testi delle canzoni in gara, ne ha fatto un resoconto in rete e ne ha parlato durante la trasmissione radiofonica “Il Salvalingua”.

La sua analisi ha messo in luce un fenomeno notevole: l’evoluzione del linguaggio nelle canzoni, influenzato in modo significativo dalla cosiddetta ‘cura Amadeus’, che ha portato a una maggiore presenza di stili musicali vari e di artisti giovani.

Coveri, impegnato nell’esame dei testi del festival, ha assegnato voti simbolici ai brani.

Le canzoni di Angelina Mango e dei Negramaro conquistano il voto massimo di 9/10; vengono promossi con 8 Dargen D’Amico Diodato, Fiorella Mannoia (“per quanto un po’ predicatoria”), Gazzelle e Ghali. Loredana Bertè ottiene 7 in pagella, come anche Mahmood e i Ricchi e Poveri.

Precisando di “rispettare il lavoro di tutti, autori e cantanti: quello di dare ‘pagelle’ è solo un gioco, Lorenzo Coveri ricorda che i testi ‘bocciati’ “sono quelli che mi hanno detto poco o niente dal punto di vista della originalità linguistica”. Le sue valutazioni si possono leggere su “Mentelocale”. Tra i voti più bassi figurano con 4 Il Tre, Il Volo e Fred De Palma. Ottengono un voto appena non sufficiente (5) Clara, Alessandra Amoroso e Maninni.

Riportiamo qui solo l’analisi della canzone vincitrice, effettuata da Coveri. “La noia” di Angelina Mango.

Un testo molto lungo e linguisticamente composito, tra superficie contemporanea (bimbe incasinatesto una pasquache [polivalente] a stare ferma a me mi [pleonasmo pronominale del parlato] viene  / la noiae vorrei dirgli che sto bene ma poi mi guardano male [echi di Madame]; campare; eccetera) e immagini inconsuete, a volte al limite del cervellotico: la personificazione (o prosopopea) di questa pagina è pigrala vita è preziosa, io la indosso a testa alta sul collo (?); e infine una corona di spine sarà il dress code per la mia festaTra il kitsch e il sublime, senza negarsi citazioni da Troisi (non ci resta che ridere) e da Vecchioni (allora scrivi canzoni?). Tanta roba, forse troppa, tutta all’insegna della noia di califaniana memoria, ma volta in positivo: in una cumbiala cumbia della noia.

CumbiaVoce di origine probabilmente africana che designa un canto, una danza di corteggiamento e una musica popolare colombiana.

Voto: 9


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