L’italiano in chiaroscuro

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L’insegnamento dell’italiano in quelle realtà nelle quali detta lingua è riconosciuta, in un quadro plurilingue, come idioma ufficiale in territori d’insediamento storico dell’italofonia al di là dei confini dell’Italia, ovverosia la Svizzera a Nord e l’Area Costiera Istriana, Fiumana e Dalmata ad Est, si presenta a tinte chiaroscurali per effetto di politiche non sempre attente o favorevoli alla valorizzazione della lingua di Dante. A svantaggio di quest’ultima si ritiene dare impulso all’inglese, più consono, da un punto di vista pratico, alle esigenze comunicative legate soprattutto al profitto economico, che va inesorabilmente soppiantando il valore della cultura e della tradizione. E’ il caso della Confederazione elvetica, nei cui cantoni tedescofoni e francofoni l’italiano è generalmente considerato, facendo salva qualche iniziativa meritevole volta a garantire il rispetto del suo status nell’ambito del plurilinguismo naturalmente insito nel tessuto multietnico svizzero, lingua di scarsa rilevanza, poiché praticata appena dall’8% della popolazione, dunque da una minoranza di scarso peso dal punto di vista politico, sebbene negli ultimi tempi maggiormente rappresentata a Berna, la Capitale federale, nell’ambito delle istituzioni governative. Rilevante risulta, in proposito, la nomina di due personalità di area italofona, rispettivamente Ignazio Cassis, quale Ministro titolare del Dicastero degli Affari Esteri, e Marina Carobbio, in qualità di Presidente del Consiglio federale, entrambi convinti sostenitori della necessità di diffondere adeguatamente e di riconoscere a pieno titolo l’importanza dell’italiano, come terza lingua ufficiale della Confederazione, nell’assetto istituzionale elvetico. Lodevole, in tal senso, è l’iniziativa, intrapresa dalla Presidente Carobbio, di condurre i lavori parlamentari nel suo idioma nativo, a conferma della volontà di favorire l’affermazione dell’italiano quale lingua istituzionale nei palazzi del potere centrale svizzero ed il prestigio che gli compete come veicolo linguistico non solo a livello governativo, bensì anche nel tessuto socio-culturale della nazione.
 



 

Proprio in riferimento a quest’ultimo obiettivo, opera da anni un ente, il “Forum per l’italiano in Svizzera”, preposto alla tutela e alla valorizzazione della lingua italiana nel quadro del plurilinguismo, principio inserito nella Costituzione svizzera e strumento fondamentale di intercomprensione tra le comunità dei parlanti appartenenti ai diversi gruppi linguistici della nazione (tedesco, francese, italiano e romancio), che compongono il complesso mosaico etnico elvetico, da attuare pienamente, soprattutto in ambito scolastico.

Nel mese di settembre del 2018 tale istituzione culturale aveva inviato una lettera alla “Conferenza svizzera dei direttori cantonali della pubblica educazione” (CDPE), al fine di sottoporre all’attenzione del succitato ente un’insufficiente offerta dell’italiano nelle istituzioni scolastiche nei cantoni in cui la lingua di Dante è disciplina considerata facoltativa, nonché la mancata attivazione di corsi universitari, presso alcune alte scuole pedagogiche, utili a conseguire l’abilitazione all’insegnamento dell’italiano.

La risposta della CDPE, pervenuta il 24 gennaio 2019 al Presidente del Forum Manuele Bertoli e al Coordinatore Diego Erba, denota sensibilità e volontà di azione rispetto all’esigenza di individuare soluzioni alle problematiche oggetto di rimostranze.

Nella relazione indirizzata al Forum si puntualizza: “la CDPE dà molta importanza all’insegnamento delle lingue nazionali e sostiene l’insegnamento di una terza lingua nazionale, in particolare a livello secondario I“.

Coerentemente con i principi dettati dal concordato HarmoS, che prevede di armonizzare l’uso delle quattro lingue nazionali entro il 2020, la CDPE si impegnerà ad effettuare un’analisi sull’adeguatezza o meno dell’offerta relativa all’insegnamento facoltativo dell’italiano, quale terza lingua nazionale, presso le scuole dell’obbligo dei cantoni individuati come inadempienti.

Sulla base dei risultati derivanti dal monitoraggio che si intende mettere in atto, secondo quanto si rileva nella lettera a firma della Segretaria generale della Conferenza, Susanne Hardmeier, la CDPE disporrà dei mezzi operativi necessari per verificare se l’offerta dell’italiano, come materia facoltativa, sia appropriata e, nel caso non lo fosse, sarà suo compito provvedere ad avviare riflessioni più approfondite in riferimento alla promozione della lingua italiana nelle scuole dell’obbligo della Svizzera. Contestualmente, però, la stessa istituzione fa notare che esula dalle proprie competenze la mancata attivazione dei corsi abilitanti nelle discipline scolastiche facoltative nei cicli di formazione delle alte scuole pedagogiche della Confederazione.

Se da un lato si verificano spesso inadempienze da parte di alcuni cantoni riguardo all’italiano come materia di insegnamento, poiché questi, quantunque firmatari del Concordato HarmoS, non applicano le regole di detto concordato, il quale prevede il rispetto delle regole inerenti alla direttiva concernente l’inserimento della lingua italiana tra le discipline facoltative nell’ambito della programmazione didattica nelle scuole di ogni ordine e grado di loro competenza, al punto da invocare l’intervento risolutivo della CDPE, il Forum per l’italiano in Svizzera ha accolto con entusiasmo, nel mese di ottobre 2018, quanto deliberato dal Consiglio di Stato del Canton Obvaldo di introdurre nuovamente, a decorrere dall’anno scolastico 2019/2020, l’italiano come opzione specifica, dunque anche come disciplina oggetto di Esame di Maturità presso la Scuola cantonale di Sarnen. L’offerta dell’italiano come materia facoltativa, abolita nel 2011 in conflitto con le disposizioni dell’ordinanza riguardante il riconoscimento degli attestati liceali di maturità, è stata ripristinata per effetto del tempestivo ed efficace intervento messo in atto dal Consiglio di Stato ticinese e dal Forum presso le autorità obvaldesi, come anche dalla “Conferenza dei direttori cantonali della pubblica educazione” e dalle competenti autorità federali. Pertanto l’italiano sarà di nuovo oggetto d’insegnamento a Sarnen, novità straordinariamente positiva per la promozione della lingua italiana in Svizzera, nonché per gli allievi dell’omonimo cantone, desiderosi di apprendere tale lingua, non più costretti, d’ora in avanti, ad un forzoso cambiamento di scuola, che prevedeva continue trasferte a Lucerna per fruire delle lezioni concernenti questa materia. I docenti d’italiano della Scuola cantonale di Sarnen saranno, quindi, certamente in grado di risollevare le sorti della lingua italiana in base ai risultati ottenuti, a suo tempo, da chi, nella medesima scuola, ha profuso grande impegno, operando con professionalità.

Un’ulteriore notizia da accogliere con favore giunge dal Canton Grigioni, nel quale si è svolta una consultazione referendaria, che aveva per oggetto l’insegnamento esclusivo, presso le scuole elementari di detto cantone, dell’inglese, come lingua seconda, in area germanofona e del tedesco, nel medesimo ruolo, in quelle italofona e romancia. Oltre il 65% degli aventi diritto al voto si è espresso seguendo la raccomandazione del Parlamento cantonale, che aveva invitato a respingere l’iniziativa. Qualora quest’ultima fosse stata accolta, avrebbe penalizzato l’apprendimento dell’italiano nelle scuole primarie germanofone, come pure quello dell’inglese nelle istituzioni scolastiche del ciclo primario nelle aree italofona e romancia. L’insegnamento dell’italiano e del romancio, di conseguenza, sarebbe stato posticipato alla scuola secondaria.

Il quesito referendario era in contrasto con il modello d’insegnamento delle lingue previsto da buona parte degli ordinamenti scolastici cantonali della Svizzera, facendo salve talune eccezioni, ossia il modello 3/5, in base alle direttive impartite dalla “Conferenza dei direttori cantonali della pubblica educazione”, che comporta l’insegnamento di una seconda lingua nazionale al terzo anno e dell’inglese al quinto.

Il dato statistico emerso da tale referendum è sintomo della profonda solidarietà esistente tra le comunità di lingua tedesca, romancia e italiana in seno al Cantone dei Grigioni, secondo quanto affermato dalle associazioni linguistiche Lia Rumantscha e Pro Grigioni Italiano nel prendere atto della forte presa di coscienza da parte dei cittadini circa i danni che sarebbero stati provocati a detrimento della coesione cantonale.

Volgendo, poi, lo sguardo ad un’altra zona di insediamento storico degli italofoni al di fuori dei confini della Penisola, pregevole si annuncia l’iniziativa, che mira a promuovere il ripristino, pur se parziale, del bilinguismo visivo ‘croato/italiano’ nelle strade e nelle piazze storiche della Città di Fiume, dunque negli odonimi del suo nucleo antico, come anche, con ogni probabilità, la ricomparsa, nella segnaletica stradale, del nome italiano di Rijeka, cioè Fiume, al fine di ridare slancio allo statuto bilingue mai ufficialmente revocato, ma sistematicamente ignorato, dunque disapplicato, dopo la sua annessione alla Jugoslavia e di riconoscere il valore storico della presenza in città della comunità italiana. Ci si augura vivamente che il progetto di reintrodurre le scritte bilingui in vista dei festeggiamenti di Fiume, Capitale Europea della Cultura 2020, trovi attuazione, sebbene le premesse non siano affatto incoraggianti, poiché l’amministrazione comunale fiumana, quantunque sia decisa ad avallare le legittime richieste dell’Unione Italiana (UI) e della Comunità Nazionale Italiana (CNI), è molto spesso ostacolata da muri ideologici costruiti per effetto di intenti divisivi ed improntati sovente alla deliberata volontà di disattendere diritti e prerogative linguistiche di una componente etnica a beneficio di quelli di un’altra, come nel caso del varo del sito ufficiale Fiume CEC 2020, che compare soltanto in lingua croata e in lingua inglese, senza tener conto della versione in lingua italiana. Sono aspetti, questi, sicuramente in controtendenza rispetto alla plurisecolare vocazione al multiculturalismo della Città di Fiume, che, se desidera offrire all’Europa e al mondo uno spazio nel quale costruire una realtà di pace e di condivisione, deve dar voce, a maggior ragione, anche alle legittime istanze delle minoranze, quali tasselli irrinunciabili del suo mosaico multietnico.

Restando in tema, in occasione della visita del Pontefice negli Emirati Arabi Uniti, nell’ambito dell’incontro tra il Capo della Chiesa Cattolica, Papa Francesco, ed il grande Imam di Al-Azhar, l’italiano, idioma ufficiale e veicolare dello Stato della Città del Vaticano, è assurto al ruolo di lingua di fraternità universale, comparendo, accanto all’arabo, in un documento di valore storico avente per oggetto tre principi inalienabili volti a condurre l’Uomo al senso di responsabilità e al sacro rispetto della vita umana: “fratellanza”, “pace mondiale” e “convivenza comune”.

Alla luce del crescente prestigio della lingua italiana, che si traduce anche in forte gradimento da parte di un numero sempre maggiore di studenti stranieri orientati ad apprendere tale lingua, al punto che la stessa tende a collocarsi, nelle classifiche internazionali, tra i primi idiomi più studiati al mondo, si impone, a mio parere, una riflessione sull’esigenza di un più efficace coordinamento tra le istituzioni culturali d’Italia e quelle dei paesi in cui sono presenti comunità di italiani e/o di italofoni. Sarebbe auspicabile, dunque, la creazione di organo istituzionale di raccordo, sul modello di quello francese che si occupa di francofonia, che profonda tutto l’impegno possibile, affinché le potenzialità di diffusione della lingua di Dante su scala planetaria possano trasformarsi in concrete risorse utili ad accrescere ulteriormente l’offerta di corsi di alfabetizzazione e di approfondimento cognitivo già di per sé notevole.

FONTI:

http://www.forumperlitalianoinsvizzera.ch

https://www.swissinfo.ch/ita

https://italofonia.info

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