Nel mondo

La storia delle emittenti italofone d’Oltrecortina

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La radio ha giocato un ruolo fondamentale nella vita quotidiana del XX secolo e ha anche contribuito non poco a unificare l’italiano, una lingua letteraria che ha vissuto per secoli nelle pagine dei libri, più che essere parlata nelle conversazioni che avvenivano nei dialetti.

Le prime trasmissioni radiofoniche hanno anticipato l’avvento del sonoro al cinema. Sono iniziate un secolo fa – la prima italiana è del 1924 – e hanno rappresentato un evento rivoluzionario e internazionale che valicava ogni confine geografico e arriva a tutti, anche a chi non era istruito e non sapeva leggere i giornali.

C’è una vasta letteratura su queste vicende, ma c’è anche un bella storia che mi pare non sia stata ancora raccontata. Non riguarda la radio italiana, ma le trasmissioni in italiano diffuse dalle radio straniere, che testimoniano quanto la nostra lingua sia stata strategica all’estero e sul piano internazionale. È la storia che ha ricostruito Lorenzo Berardi in un libro pubblicato pochi giorni fa da Prospero Editore – Radiocronache. Storia delle emittenti radiofoniche d’Oltrecortina – che ripercorre le trasmissioni mandate in onda nella nostra lingua da dieci emittenti pubbliche dell’Est: Radio Mosca, Radio Praga, Radio Budapest, Radio Varsavia, Radio Berlino Internazionale, Radio Bucarest, Radio Tirana, Radio Sofia, Radio Begrado e Radio Capodistria. È una storia di trasmissioni ufficiali e clandestine, di libertà e di propaganda e attraversa la storia del fascismo, della guerra fredda, del Sessantotto, della caduta del muro di Berlino e anche dei nostri giorni, visto che tre di queste emittenti trasmettono ancora.

I programmi italofoni di Radio Mosca iniziarono nel 1933, ma avevano cadenze irregolari, duravano solo un quarto d’ora e si limitavano a tradurre i dispacci dell’agenzia sovietica TASS. Nel 1937 nacque una vera e propria redazione italiana, che inizialmente non fu avversata da Mussolini, ma che ben presto si rivelò una voce scomoda, e il fascismo cercò perciò di disturbarne le frequenze. Con lo scoppio della Seconda guerra mondiale la radio sovietica divenne uno strumento di propaganda antifascista, tanto che anche Radio Londra ne diffuse alcune trasmissioni. Ma non fu solo una voce fuori dal coro dell’informazione di regime. Durante l’invasione alla Russia le trasmissioni in italiano ebbero anche un fondamentale ruolo sociale per esempio trasmettendo gli elenchi dei prigionieri catturati dai sovietici e invitando tutti a informare i parenti in Italia, dove il problema dei dispersi fu ampio e pesante.

Le trasmissioni in italiano delle emittenti dell’Est hanno avuto tanti ruoli, intenti e destinatari.

Radio Sophia fu un progetto all’insegna del multilinguismo e aveva lo scopo di fare conoscere bene la Bulgaria e arrivare a tutti nel mondo. Nel 1935 trasmettevano anche in esperanto, e nel 1937 cominciarono a erogare i notiziari cinque volte alla settimana anche in inglese, francese tedesco e italiano.

Durante la Guerra fredda le trasmissioni in italiano ebbero un’importanza strategica enorme per le radio d’Oltrecortina. Perché l’Italia era l’unico Paese occidentale in cui comunisti e socialisti raggiungevano il 40% alle elezioni. La lingua italiana divenne il terreno della propaganda comunista, ma anche di quella statunitense, in una vera e propria “guerra delle onde” andata in scena sulle frequenze dei nostri cieli. Da una parte il fronte orientale, e dall’altra quello occidentale della Rai e di Radio Londra presto affiancato da altre tre emittenti finanziate d’oltreoceano (Voice of America, Radio Free Europe e Radio Liberation) per contrastare l’informazione comunista. Se dopo la guerra le trasmissioni italofone di Radio Mosca erano state ridotte a un’ora e mezza al giorno, negli anni seguenti crebbero fino a diventare di 3 ore e mezza.

L’emittente politicamente più rigida del blocco sovietico fu forse Radio Tirana, che trasmetteva anche in altre 4 lingue straniere, oltre che in italiano, e al contrario delle radio di altri Paesi comunisti non concedeva alcun ammiccamento ai temi che in Occidente erano più in voga, dalla cultura allo sport. Persino la musica – l’Internazionale era il tema musicale prevalente – era esclusivamente quella balcanica, suonata con strumenti a corda, le cui sonorità erano destinate ad affascinare personaggi come Franco Battiato per diventare di moda a partire dagli anni ’90 con Goran Bregović. Nonostante le trasmissioni italofone, la prima canzone italiana fu trasmessa solo nel 1965. Si trattava di “O sole mio” cantata dal Reuccio Claudio Villa, e rimase un episodio isolato.

La voce più sui generis fu invece quella di Radio Capodistria, spuntata nel 1949 sull’etere dei dintorni di Trieste. Trasmetteva nelle lingue di quei territori, in italiano, sloveno e croato, anche se successivamente furono le prime due lingue a riempire i palinsesti. Negli anni Cinquanta i programmi italiani erano ascoltati dalla minoranza italofona di Istria ma anche dalla popolazione slovena che era de facto italiana. E negli anni Sessanta e Settanta si sintonizzavano soprattutto gli italiani alla ricerca di una visione del mondo alternativa, che non fosse né filo-atlantica né filo-sovietica, visto che il modello del comunismo jugoslavo di Tito puntava a un movimento dei Paesi non allineati.

Accanto alla propaganda, la storia delle trasmissioni italofone d’Oltrecortina ripercorre la storia di tante voci alternative a quelle ufficiali ma anche quella della libertà di informazione. Non è un caso che durante l’insurrezione ungherese del 1956 i manifestanti puntavano a leggere il loro manifesto alla radio pubblica che diffondeva la voce del potere, o che nel 1968, quando scoppiò la Primavera di Praga, le truppe del patto di Varsavia si accanirono proprio con la radio di Stato cecoslovacca.

E il 25 dicembre 1989, in Romania, dopo la deposizione di Ceaușescu che aveva vietato Babbo Natale per sostituirlo con un omologo Babbo Gelo, la trasmissione in italiano della nuova Radio Bucarest Libera salutò gli spettatori augurando finalmente “Buon Natale” con le musiche natalizie proibite dal regime.

La storia delle trasmissioni italofone è continuata anche in epoca televisiva, ma in Italia tutto è cambiato nel 1976, quando è cessato il monopolio di Stato che vietava per legge di trasmettere, e le radio libere sono esplose. L’avvento di Internet ha poi segnato il passaggio alla Rete e allo “streaming” e la storia per esempio di Radio Belgrado, e delle sue trasmissioni italofone, è finita nel 2015, mentre i nuovi moderni grattacieli spuntavano sulle macerie dei bombardamenti della Nato.

Le ricostruzioni di Lorenzo Berardi sono molto accurate e si snodano per oltre 400 pagine, ma sono molto scorrevoli e soprattutto raccontano una storia inedita ma molto attuale. E la cosa che più mi ha affascinato è che la lingua italiana è vista in una prospettiva che la pone al centro della comunicazione internazionale ed evidenzia l’importanza storica del multilinguismo.

Oggi è la Rete a rappresentare il terreno delle voci alternative e libere. Ma, fuori dal libro, va detto che sono mescolate alle notizie false, alle pattumiere culturali, e anche alla profilazione selvaggia da parte delle piattaforme sociali che Shoshana Zuboff ha chiamato “capitalismo della sorveglianza”. Tra le tante differenze tra l’epoca della radio novecentesca e l’attuale mondo globalizzato c’è forse anche la questione della lingua. Mentre oggi si impone l’inglese globale, l’epoca della radio ci ricorda che il plurilinguismo può essere una ricchezza. E la storia inedita delle trasmissioni italofone può essere significativa per riflettere sull’importanza del ruolo storico della lingua italiana anche sul piano internazionale. Un ruolo che sta perdendo terreno giorno dopo giorno, davanti al mito dell’inglese come lingua della comunicazione internazionale.

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