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La lingua italiana è una cosa di destra?

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“Farò una diretta su tutte le reti sociali, mi metterò davanti al mio elaboratore elettronico o più semplicemente davanti al mio telefono intelligente…”

Questa la frase, accolta da tante risate, che l’ottimo Maurizio Crozza mette in bocca al suo Salvini per ridicolizzarlo, con il motto “Prima l’italiano!” ben visibile sullo sfondo. Insomma, il sovranismo linguistico, la traduzione a tutti i costi, l’italianizzazione forzata con quel retrogusto fascista. Ahahahahah!!!

Peccato che in spagnolo, francese, portoghese e tante altre lingue si direbbe esattamente così e non ci sarebbe nulla di strano. Infatti computer si dice ordinateur in francese (per gli amici ordi) e computadora in spagnolo, i social network sono résaux sociaux e redes sociales rispettivamente, e nessuno ride o si scandalizza. Del resto non penso che Crozza illumini le stanze accendendo un light bulb o printi con la printer o scaldi cibi nel microwave oven.

Ah.

Già, in effetti è così, ma in Italia ormai chiunque si lamenti dell’eccesso di anglicismi viene additato come un nostalgico neofascista o come una persona dalla mentalità chiusa, refrattario alle altre culture. Spesso si tratta del contrario: si è contrari a una monocultura, perché il punto non è bandire le parole straniere, ma capire che queste parole vengono da una sola lingua e da un solo Paese, che sono sempre di più, e che ormai stanno rendendo difficile la comunicazione e la comprensione in diversi ambiti, compresa quella verso cittadini, lavoratori, pensionati. E questi mi sembrano decisamente temi “di sinistra”.

Per esempio, il cartello in copertina “Articoli non food non acquistabili” è stato esposto in una catena di supermercati nel 2020, in piena pandemia (durante quel confinamento che in Italia non abbiamo resistito a chiamare lockdown). Mi immagino una persona anziana di fronte a quel cartello, che dice semplicemente che si potevano acquistare solo gli alimentari. Mi chiedo cosa abbia capito e mi chiedo come mai il responsabile nel negozio non abbia usato verso la clientela un linguaggio chiaro e semplice. Non ci voleva poi molto a scrivere “alimentari”, no?

Mi chiedo anche come mai un mio parente, da poco pensionato dopo una vita come operaio, si sia visto recapitare dall’azienda italiana FCA, di cui come ex-dipendente aveva delle azioni, la richiesta di approvare una nota di diverse pagine scritte in inglese giuridico in vista della fusione nel nuovo gruppo Stellantis. Mi chiedo perché diversi amici, italiani assunti da filiali italiane di aziende statunitensi, per lavorare in Italia con clienti italiani, abbiamo firmato un contratto di lavoro scritto esclusivamente in inglese. E perché vengano sottoposti a corsi sulla sicurezza preparati negli Stati Uniti, in inglese, per poi firmare un foglio dove dichiarano di aver capito e non aver bisogno di traduzione. Mi chiedo perché il diritto allo studio nella propria lingua valga per un altoatesino di madrelingua tedesca (giustamente) ma non per un milanese, costretto a seguire professori italiani, insieme ad altri studenti al 90% italiani, che spiegano e conducono gli esami in inglese.

In tutto questo dov’è la sinistra italiana? Dov’è quella parte politica che dovrebbe difendere la multiculturalità, l’accoglienza, la diversità, e i diritti dei lavoratori e delle fasce più deboli della popolazione? Evidentemente è impegnata a inaugurare corsi di medicina tutti in inglese, come quello dell’Università di Piacenza, o la Motor University dell’Emilia Romagna, o a trovare navigator per il placement dei disoccupati. O, come la CGIL qualche anno fa, sta pensando di tornare “alle origini” cambiando il nome in “Trade unions”.

E nel frattempo la lingua, bene comune e strumento quotidiano della nostra comunità, viene strumentalizzato dalla destra parlamentare, che ne coglie un tema identitario che esiste ma che non è certo il solo. Forse sarebbe meglio il caso di smetterla di parlare di fascismo linguistico ed occuparsi dei veri rigurgiti che negli ultimi mesi sono apparsi nel Paese in modo preoccuparti. Mettersi il cuore in pace constatando che il mondo è e resterà a lungo plurilingue e capire dunque che abbiamo tutto il diritto di tenere viva e vitale la nostra lingua, accanto allo studio dell’inglese e di ogni altro idioma riterremo utile e interessante apprendere.

I Francesi l’hanno capito più di 20 anni fa, creando una politica linguistica che difende in primis i diritti dei cittadini e dei lavoratori:

In Italia tutto questo non esiste, e il dibattito si riduce a battute sui qui-si-beve e gli arlecchini. Per questo Italofonia sostiene la proposta di legge dal basso per l’italiano. Puoi leggerla e sottoscrivere sul sito degli Attivisti dell’italiano.

 

Foto in copertina di Tito Aronica

 

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