Itanglese

Il West Nile Virus e il morbus anglicus

In questi giorni il West Nile Virus occhieggia sulle pagine di tutti i giornali: d’estate questo genere di notizie finiscono in prima pagina anche se non costituiscono di certo un’emergenza. Il West Nile Virus (con le iniziali maiuscole per renderlo ancora più americano), altre volte detto anche West Nile Fever, non è altro che la febbre del Nilo (occidentale, se proprio si vuole specificare inutilmente), come sarebbe naturale dire se un altro morbo non affliggesse la nostra classe dirigente e i giornalisti. Si tratta naturalmente del morbus anglicus, per dirla con Arrigo Castellani, e cioè la “malattia” che ci fa preferire le espressioni in inglese, con il risultato che parola nuova dopo parola nuova, l’italiano si impoverisce e regredisce.

A dire il vero questo virus non è nuovo, è stato individuato negli anni Trenta nel distretto West Nile – cioè del Nilo occidentale – dell’Uganda, e da qui è nato questo nome. La novità è che, nel Duemila, il nome che in Italia si dà alle cose nuove è in inglese e sui giornali è il West Nile Virus a rappresentare l’urlo sulle prime pagine, mentre la traduzione comprensibile a tutti che dovrebbe essere naturale per un popolo la cui lingua dovrebbe essere l’italiano, compare, se compare, come sinonimia secondaria solo nel corpo degli articoli.

Sbatti il monster in prima pagina: su La Stampa l’anglicismo è urlato nel titolo in grande, mentre la traduzione, virgolettata come fosse un’espressione impropria, è una spiegazione che compare solo nel sommario didascalico.

In questo modo il virus linguistico dell’itanglese viene veicolato dai mezzi di informazione che lo diffondono e fanno sì che la gente lo ripeta.

Solo nelle pagine interne, di cronaca locale, la tendenza s’inverte e l’italiano febbre del Nilo compare nei titoli, perché il pubblico delle notizie locali attento al proprio orticello privilegia la chiarezza e l’italiano, e dunque è l’anglicismo a essere relegato nel pezzo come sinonimo.

La Repubblica: le pagini locali di Bologna in un articolo del 2016. In questo caso l’italiano veniva privilegiato nel titolo, sia perché l’espressione inglese non era ancora così nota, sia perché gli articoli locali seguono logiche comunicative più attente all’esigenza dei lettori interessati a eventi italiani.

In Francia, se cerchiamo “West Nile” nei titoli degli articoli de Le Monde, troviamo 5 pezzi che usano l’inglese, contro 13 che si esprimono in francese (Virus du Nil occidental). Scorrendo il quotidiano spagnolo El Pais, invece, l’inglese non esiste proprio, c’è solo il virus del Nilo occidental.

Su El Pais la febbre del Nilo è chiamata in spagnolo anche nei titoli.

Passando dalla stampa agli organi istituzionali è interessante sottolineare, e denunciare, che sul sito del ministero della salute c’è solo l’inglese, le parole “febbre” e “Nilo” non compaiono, si vede che nemmeno viene in mente a chi lo gestisce che sarebbe opportuno parlare l’italiano per essere più chiari e trasparenti.

Sulla pagina dell’Istituto superiore di sanità è definito anche febbre West Nile, ma la parola Nilo manca. C’è solo Nile:

 

Se la febbre del Nilo fortunatamente non sta dilagando, il morbus anglicus è invece più diffuso che mai e questo virus, questa moda e questo complesso di inferiorità che ci fa parlare inglese per sentirci più moderni è davvero insopportabile, deleterio e ridicolo.

Leggi l’articolo originale sul blog Diciamolo in italiano.