Storia della lingua

Fellini: dal cinema al dizionario e nella lingua italiana

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Riuscire a lasciare una traccia di sé che finisce sui dizionari è un privilegio di pochi. Se poi le tracce sono una decina, e qualche parola diventa addirittura un italianismo internazionale, siamo di fronte a un evento davvero speciale. Anche questo può essere un metro per misurare l’importanza storica di un personaggio come Federico Fellini.

Felliniano è un aggettivo che non si trova soltanto nell’accezione scontata di seguace o ammiratore di Fellini (un regista felliniano), come nel caso di parole usa e getta legate a un momento storico passeggero (dallo scomparso craxismo al recente renziano). Felliniano indica anche un preciso e inconfondibile stile, un modo di rappresentare le cose o le persone. Si può adoperare per descrivere una scena assurda, onirica, in un accostamento alle atmosfere che caratterizzano la poetica del regista (una situazione felliniana o una festa felliniana). Un personaggio felliniano denota qualcuno con le sue precise connotazioni caricaturali o ridicole; una donna dalle rotondità felliniane evoca immediatamente le forme di Anita Ekberg che, accompagnate dal ritornello “bevete più latte”, uscivano letteralmente dal cartellone pubblicitario de “Le tentazioni del dottor Antonio” (Boccaccio ’70, 1962), o quelle ancora ancora più esagerate della tabaccaia di Amarcord (1973).

Proprio in seguito a quest’ultimo film, amarcord – una voce dialettale romagnola che significa “mi ricordo” – è uscita dal suo ambito ristretto per riversarsi nella lingua di tutti per indicare un ricordo carico di nostalgia, una rievocazione affettuosa del passato o una riflessione su “come eravamo”.

Una sorte analoga ha avuto vitellone, una metafora regionale che non è stata di certo coniata da Fellini, ma grazie al successo della pellicola I vitelloni (1953) è divenuta popolare e si è diffusa per indicare il personaggio del giovane provinciale, incapace di emergere come vorrebbe dalla mediocrità e, proprio per questo, ozioso e pigro, come appunto i giovani sfaccendati descritti nel film. Alberto Sordi che spernacchia i “lavoratori” ne è l’icona più popolare. Sul dizionario (Devoto Oli) si trovano oggi persino i derivati vitellonesco e vitellonismo.

Anche la locuzione dolce vita, dopo l’omonimo film del 1960, ha assunto una nuova accezione legata alla pellicola, per evocare quel modo di vivere vuoto, senza scopi a valori e che perciò insegue forti emozioni fatte anche di comportamenti licenziosi e corrotti. Il dizionario riporta anche il derivato dolcevitoso, sul modello di malavitoso. Ma non è tutto, c’è poi il maglione dolcevita, cioè a collo alto (a volte anche al femminile: la dolcevita), entrato nel linguaggio comune e nel gergo della moda persino nel francese e nell’inglese. Mastroianni, protagonista e simbolo di quella dolce vita, più che indossarlo effettivamente nel film dove erano tutti abbastanza incravattati, a quei tempi lo indossava spesso nelle sue apparizioni pubbliche e aveva lanciato la moda di quel capo che si cominciò a chiamare “alla dolcevita”. Frugando nell’archivio storico de La Stampa, una delle prime occorrenze, se non la prima, risale al 21 dicembre 1969 in un articolo intitolato “La domenica a tempo di musica per una serata nel dancing“, in cui si legge ancora virgolettato: “Una ventina di locali sono considerati tra i più belli d’Italia ed alcuni, tradizionalisti, vietano ancora l’ingresso a chi viene con il «dolcevita», è senza cravatta od ha il giubbotto di pelle.”

Il capolavoro onomaturgico di Fellini resta però paparazzo, un internazionalismo che si trova anche in inglese, in francese, in spagnolo e altrove. Nella Dolce Vita era il nome del fotografo scandalistico a caccia di divi (interpretato da Walter Santesso) e per antonomasia è passato a indicare l’intera categoria e un mestiere.

Sull’origine del nome regna la controversia. Secondo una testimonianza di uno degli sceneggiatori del film, Ennio Flaiano (”Fogli di Via Veneto” in La solitudine del satiro, Adelphi 1996), era un nome tratto dal libro Sulle rive dello Jonio di George Gessing, un diario in cui l’autore parlava di Coriolano Paparazzo, l’albergatore che lo aveva ospitato nel suo viaggio a Catanzaro. Il linguista Enzo Caffarelli ha anche compiuto degli accertamenti scoprendo che in quella città visse davvero questo signor Paparazzo, che del resto è un cognome che esiste ed è diffuso soprattutto in quell’area.

Fellini, tuttavia, più di una volta disse che era semplicemente il nome di un suo compagno di scuola, e ho visto con i miei occhi una testimonianza che mi mostrò un dipendente di un importante archivio fotografico che corroborava questa tesi. Era la foto di un scritto autografo scarabocchiato sulla pagina aperta di non ricordo quale enciclopedia, alla voce “paparazzo” che riportava non ricordo più quale altra versione etimologica. Ricordo però che il regista aveva barrato quell’affermazione e scritto, firmando di suo pugno: “Non è vero! Era un mio compagno di scuola.” Ma Fellini era un noto bugiardo, amava riaggiustare e ricostruire la realtà anche nella vita, oltre che nei sui film. Qualcuno racconta che si divertisse ogni volta a riportare quella storia in modo diverso. E forse, sull’origine di questa parola dal suono spregiativo (fusione di un fastidioso pappatacio + ragazzo, disse una volta Giulietta Masina) è bene che rimanga il mistero.

Sull’archivio de La Stampa ho trovato per la prima volta paparazzo, virgolettato e in minuscolo, in un pezzo di venerdì 21 ottobre 1960 (“Anita Ekberg scaglia frecce contro i fotografi”): “Ma c’è sempre il «paparazzo» di turno a guastare le uova nel paniere”. Dunque la sua comparsa metonimica è stata fulminea. Presto le virgolette sarebbero cadute, come nel caso di dolcevita, e l’anno seguente, il 14 aprile del 1961, è comparso addirittura su Time Magazine nell’articolo “Paparazzi on the prowl”.

Oggi sul dizionario si trova anche paparazzare, una decima parola legata al maestro del cinema, indimenticabile anche dal punto di vista linguistico, oltre che per la sua arte.

È allora molto triste apprendere che il museo dedicato al grande maestro, inaugurato pochi giorni fa a Rimini, sia stato chiamato all’inglese: “Fellini Museum”. L’anglolatinismo e la costruzione rovesciata sono davvero una stonatura per celebrare un personaggio che è diventato uno dei simboli dell’italianità nel mondo


Copertina: wikimedia

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