Marazzini: oggi la scuola porta gli studenti a disprezzare l’italiano

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Intervistato dalla rivista Panorama, il presidente dell’Accademia della Crusca, Claudio Marazzini, è stato chiamato a esprimere un giudizio sulla condizione attuale della nostra lingua nella scuola pubblica italiana. In particolare la crisi della scrittura e la carenza sempre maggiore di prove come temi e riassunti svolti per la scuola, che preoccupa addetti ai lavori e non solo. La preoccupazione di parecchi genitori, ma anche di docenti e intellettuali, è che l’abbandono del tema scritto alle scuole medie e superiori porti a grosse difficoltà nello strutturare ed esporre il proprio pensiero, esercizio fondamentale nel mondo del lavoro ma anche metodo per formare e trasmettere il pensiero critico così importante nelle democrazie.

Vogliamo riporta la parte finale dell’intervista a Marazzini – che potete trovare qui in formato integrale – perché offre un punto di vista inedito ma a nostro avviso fondamentale. Il declino nell’esercizio dell’italiano scritto sarebbe figlio di una generale mancanza di fiducia verso la propria lingua madre, l’italiano appunto. Un atteggiamento cresciuto di anno in anno, alimentato da una idolatria verso la lingua inglese che può risultare deleteria, non solo per la lingua italiana ma soprattutto per la formazione dei giovani.

Dice Marazzini:

Credo che ogni insegnante di italiano abbia avvertito in questi anni la decrescita del proprio ruolo. È come se fosse stato collocato in una posizione via via sempre più marginale. Un tempo, l’italiano era il perno dell’insegnamento, e nessuno ne metteva in discussione la centralità. Poi è venuto il CLIL, e la lingua veicolare di alcune discipline (anche umanistiche) è diventata l’inglese. Nella scuola si sono inserite operazioni commerciali come quella dei Licei Cambridge, che hanno sapientemente snaturato l’impostazione tradizionale italiana della didattica e hanno imposto ulteriormente l’inglese. Tutto questo si è collegato all’opzione per l’inglese nell’università. Il primo segnale è stato il tentativo di eliminazione dell’italiano dalle lauree magistrali e dai dottorati messo in atto dal Politecnico di Milano nel 2012. La sentenza n. 42/2017 della Corte Costituzionale ha posto un argine a questa valanga, ma in sostanza la tendenza non si è certo arrestata, e la didattica senza l’italiano ha acquisito dappertutto nuovi spazi, con entusiasmo di molti, alcuni in buona fede, altri meno, e con la benedizione del Ministero. In un contesto del genere, è evidente che studenti e famiglie abbiano maturato una certa disaffezione per la lingua nazionale, che appare molto meno utile di un tempo.

La “inevitabile conclusione della vicenda”, per il presidente della Crusca, è che molti docenti universitari oggi siano costretti a trascorrere ore a correggere errori grossolani di sintassi e ortografia nelle tesi dei propri studenti venticinquenni. Che spesso non hanno nemmeno un’ottima conoscenza dell’inglese, perché l’assurdità delle vicenda è che spesso studenti e docenti di madrelingua italiana si costringono a parlare inglese tra loro, creando una lingua semplificata e con errori che tra italofoni risultano comunque trascurabili, ma ciò non prepara a comunicare coi madrelingua inglese o con i parlanti di altre lingue, che non comprendono errori e “falsi amici” tipici dei parlanti italiano.  Gli studenti italiani sono portati a deprezzare e disprezzare la propria lingua madre, e questo danneggia anche la loro possibilità di padroneggiare l’inglese e altre lingue straniere, dato che per fare ciò è fondamentale una salda conoscenza dell’idioma materno.

La responsabilità maggiore però, secondo Marazzini, non è degli studenti, né delle loro famiglie e nemmeno degli insegnanti:

La responsabilità è delle classi dirigenti, che hanno deliberatamente svalutato la lingua italiana e la sua funzione veicolare. Fra l’altro, per imparare bene una lingua straniera occorre possedere bene la propria lingua, altrimenti, alla fine, ci si trova nella condizione dei parlanti delle lingue creole.

Su Italofonia.info dedichiamo spesso spazio a queste discussioni. Il mantra dell’inglese sempre e comunque e la confusione dell’insegnare “l’inglese” con l’insegnare “in inglese” stanno allontanando sempre più studenti dalle università, in un momento dove invece dovremmo fare di tutto per produrre più laureati, e meglio preparati. Obbligarli a studiare in inglese e a parlare in inglese con docenti italiani è una pessima idea per farlo. Eppure si sentono sempre più spesso insegnanti orgogliosi che i libri di testo che propongono, all’università ma addirittura alle superiori, siano solo in inglese, così da “abituare” i ragazzi. Come se tradurre il sapere fosse un delitto o un danno per gli studenti. Eppure le Nazioni unite, tramite Unicef e Unesco, insistono da anni sull’importanza di fornire istruzione di qualità nella lingua madre di ragazze e ragazzi.

Urge una seria riflessione, scevra da pregiudizi e dogmi, su ciò che lo stato italiano, il quale rappresenta la maggiore (quasi l’unica, per peso numerico) comunità italofona del mondo, sta facendo alla propria lingua. E sulle conseguenze irreversibili che questo atteggiamento avrà nei prossimi 20 o 30 anni. Perché indietro non si tornerà. Quindi conviene ragionare molto bene sulla direzione che stiamo prendendo.


Copertina: Claudio Marazzini, accademiadellacrusca.it


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