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Crescere in un contesto scolastico bilingue rende l’italiano una presenza familiare ma non immediata, un codice affettivo che non sempre coincide con quello cognitivo. È da questa discrepanza che vorrei cominciare a raccontare la mia esperienza.
Avevo sei anni quando iniziai a frequentare una scuola inglese, decisione fortemente voluta e sentita dai miei genitori i quali avevano l’onorevole intento di darci fin da subito la possibilità di affacciarci al mondo. Alle 8 di un lunedì di settembre del 2002 entro per la prima volta in una classe, in un ambiente che avrei capito più avanti essere completamente anglofono: insegnanti, compagni, programmi scolastici. L’italiano rimaneva confinato a poche ore settimanali mentre tutto ciò che contava davvero accadeva in inglese, lingua che sarebbe diventata da li a poco la mia lingua del vivere. L’unica che mi permetteva di chiedere una penna alla mia compagna di banco, l’unica che mi permetteva di elaborare concetti anche semplici come quelli di una bambina. Senza saperlo stavo costruendo una competenza che avrebbe inciso profondamente sulla mia identità: pensare in una lingua diversa da quella madre.
Pensare in un’altra lingua, infatti, ti fa fare i conti con una discontinuità ben precisa. I pensieri spesso arrivavano prima delle parole o prendevano la forma di una sintassi che non coincideva con quella della lingua in cui avrei dovuto esprimermi in quel momento. La distanza tra ciò che sentivo e ciò che riuscivo a dire diventava un’esperienza quotidiana a tratti frustrante poiché la possibilità di non avere confini, me li stava creando piano piano
La mia grande fortuna e salvezza in alcuni casi era che tutto ciò potevo condividerlo con i miei fratelli. In casa, infatti, l’inglese diventava una lingua di complicità: i miei genitori non lo parlavano e questo ci permetteva di usarlo come un codice segreto, per commentare, scherzare, a volte nasconderci. Era un gioco, ma anche un modo per rifugiarci tra parole sincere e scappare da chi ci diceva che eravamo in Italia e dovevamo parlare italiano quasi a farne una colpa. Per la prima volta mi accorsi che il linguaggio poteva realmente includere o escludere, creare alleanze forti ma anche barriere. Ogni volta che sentivo di dover esprimere un disagio, di spiegare a mia madre perché qualcosa mi faceva male, le parole non arrivavano: ero padrona del contenuto ma non della lingua in cui avrei dovuto. Solo più tardi avrei riconosciuto che era il prezzo di un privilegio./p>
Durante gli anni delle elementari nessuna lingua mi era mai davvero definitiva e molte esperienze quotidiane richiedevano una traduzione. Eppure, questa instabilità mi affascinava. Potevano dirmi ciò che volevano ma io parlavo la lingua che all’epoca veniva considerata indispensabile, avevo solo 6 anni e in più non mi limitavo a parlarla, pensavo con quelle parole che tutti credevano straniere. Mi sembrava di stare in anticipo sul futuro.
L’equilibrio si rompe alle superiori quando con l’adolescenza l’identità, anche linguistica, viene messa alla prova. L’ingresso in un liceo classico ha reso evidente una fragilità che fino a quel momento era rimasta nascosta: non padroneggiavo l’italiano, la mia lingua. Anzi, quella che tutti erano portati a pensare essere la mia lingua, ma che per certi versi non lo era del tutto.
All’età di 14 anni mi sono scontrata con la realtà. Un sistema in cui il mio percorso scolastico fino a quel momento non era una risorsa ma – almeno in parte – un ostacolo. E così ho dovuto fare ciò che spesso si dà per scontato: imparare a padroneggiare l’italiano. Non potevo più rimandare. Studiare la sintassi, i congiuntivi, le regole dello scritto.
È in questo passaggio che ho iniziato a interrogarmi sul significato profondo delle lingue.
Una lingua non è solo un mezzo di comunicazione ma diventa la struttura dei nostri pensieri e il nostro spazio identitario. Crescere bilingue, per me non ha significato semplicemente avere due lingue a disposizione tra cui scegliere ma ho capito essere stato un territorio di confine in cui la traduzione richiedeva uno sforzo essenziale ancora prima che lessicale.
Oggi riconosco che quella soglia è diventata una competenza. La capacità di muoversi tra sistemi diversi ascoltando di rispondere e, soprattutto, che non tutto sia immediatamente dicibile.
L’inglese, per me non è mai stato solo una competenza, una lingua ben conosciuta, ma è stato la mia casa e allo stesso tempo la mia barriera più grande. Una lingua che mi ha permesso di dire molto e meglio ma che allo stesso tempo ha reso più complesso il momento dell’incontro con gli altri e, soprattutto, con sé.
Quando il pensiero prende forma in una lingua diversa da quella dell’ascolto, il rischio è quello di rimanere sospesi in un limbo che ti lascia sempre il dubbio di essere stata troppo tradotta per essere compresa fino in fondo.
Nonostante ciò, oggi che sono una giovane donna di 30 anni, posso dire che sia stata proprio questa tensione ad avermi insegnato qualcosa di essenziale: vivere tra più lingue significa imparare presto che il linguaggio implica responsabilità. Ogni parola è una scelta, ogni traduzione è un accordo emotivo prima ancora che semantico.
Infine, l’inglese mi ha senz’altro aperto al mondo ma mi ha anche messa a dura prova costringendomi presto a pormi una domanda: cosa significa davvero comunicare? L’italiano, che mi sono riconquistata a pieno, è diventato alleato e sorprendentemente la risposta al quesito. È in questo margine che ho compreso quanto le lingue non siano, appunto, semplici mezzi di comunicazione ma spazi relazionali ed è perciò che posso dire che se da un lato l’inglese è stato il mezzo più precoce con cui ho imparato ad esprimermi, l’italiano mi ha insegnato qualcosa si più: la responsabilità dell’essere ascoltata.
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In copertina: foto di Valentin Ivantov via Pexels.com
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