Italiano scientifico e globalizzazione


In un mondo interconnesso come quello in cui viviamo, l’utilizzo di una lingua di comunicazione globale è un’esigenza avvertita in molti campi, tra cui certamente quello scientifico. E la lingua veicolare internazionale di oggi – e non da oggi – è l’inglese. Questo ha portato diversi Paesi dell’Unione europea a introdurre ore di lezione di materie scientifiche in inglese fin dalle scuole secondarie, medie e superiori, e naturalmente nelle università, dove sono stati introdotti interi corsi di studi in lingua inglese. Lo scopo è allenare da subito gli studenti ad utilizzare la lingua comune della comunità scientifica e a facilitarne la mobilità all’interno degli atenei dell’Unione senza timore della barriera linguistica. In Italia, molte prestigiose università hanno rapidamente anglificato la propria offerta formativa, tra cui La Sapienza di Roma e i politecnici di Torino e Milano.

Vantaggi nell’immediato

Gli atenei traggono un immediato vantaggio dall’anglificazione dei corsi: ottengono più finanziamenti, più visibilità, mediamente un aumento di iscrizioni di studenti stranieri e scalano rapidamente le classifiche internazionali che pongono tra loro in competizione le diverse università del mondo.

Svantaggi a lungo termine

Sul medio e lungo periodo pero però si rischiano svantaggi sia per gli studenti che per la stessa lingua italiana, e di conseguenza per le decine di milioni di persone di cui è lingua madre e per i Paesi italofoni, in primis l’Italia.

Gli studenti infatti si troverebbero scoraggiati dall’apprendere nella propria lingua madre, o costretti a farlo in una lingua straniera, un ostacolo in più nell’acquisire le nozioni e nell’appassionarsi alla materia. Non tutti, inoltre, giungono all’università con la stessa padronanza della lingua inglese e persone dotate nel ragionamento scientifico possono non esserlo altrettanto nell’imparare le lingue straniere. Gli studenti italiani che dovessero seguire solo corsi nella sola lingua inglese, si troverebbero sprovvisti della conoscenza del linguaggio scientifico specialistico italiano. E, statistiche alla mano, la stragrande maggioranza dei laureati italiani in materie di area scientifica, tecnica e sanitaria, lavoreranno in Italia o comunque in ambienti dove la lingua prevalente è l’italiano. Ad esempio, un medico che volesse lavorare in un ospedale italiano avendo seguito solo corsi in inglese e studiato su soli testi in inglese, troverà un grande ostacolo nel non saper comunicare con colleghi e pazienti in italiano utilizzando una terminologia corretta.

Se l’inglese divenisse l’unica lingua di trasmissione del sapere tecnico-scientifico, nel giro di quindici o vent’anni la lingua italiana potrebbe trovarsi menomata delle parole adatte a trasmettere quel tipo di sapere. Con gravi conseguenze a vari livelli, tra cui quello della comprensione pubblica della scienza.

 


I concetti espressi in questo testo sono tratti dalla lettura del libro “L’inglese non basta” di Maria Luisa Villa, ed. Bruno Mondadori.