Conservatori e innovatori

 

Conservatore. Purista. Sono solo alcuni dei termini con cui spesso, in Italia, viene apostrofato chi cerca una parola italiana alternativa a un anglicismo diffuso. Oppure semplicemente solleva il tema che molti ricorrano troppo all’inglese quando ci sono alternative consolidate. Per non parlare di chi azzarda un neologismo. In quel caso si può sentir dare del fascista in men che non si dica.

Ma tutto questo ha un fondamento o si tratta solo di pregiudizi?

Conservatori

Un conservatore è qualcuno che conserva, quindi che tende a voler mantenere invariato qualcosa, a “congelarlo” nello stato attuale. Qualcuno, per estensione, poco propenso alle novità e ai cambiamenti.

“I francesi non dicono computer ma ordinateur, gli spagnoli computadora… loro sono più conservatori in tema di lingua”: questo è ciò che diceva uno dei conduttori di una trasmissione radiofonica che presentava il libro “Diciamolo in italiano” di Antonio Zoppetti, dedicato al tema dell’itanglese.

Ma se ci pensiamo bene, “ordinateur” o “computadora” sono parole che prima non esistevano nella lingua francese o spagnola, o comunque non con quel significato. Quindi in realtà gli spagnoli e i francesi hanno cambiato la loro lingua, arricchendola di qualcosa di nuovo. In che modo questo è un atteggiamento conservatore?

Puristi

Chi erano i puristi? Il purismo si può fare risalire alle posizioni di Pietro Bembo (XVI secolo), il quale sosteneva che il modello dell’italiano ideale si dovesse rintracciare nella letteratura del Trecento più vicina al latino e cioè la poesia di Francesco Petrarca e la prosa di Giovanni Boccaccio. Alla fine del Cinquecento, sorse a Firenze l’accademia della Crusca, che sposava questo principio e aveva come scopo quello di separare il “fior di farina”, cioè la buona lingua costituita dal fiorentino trecentesco, dalla “crusca” in senso dispregiativo.

Tra gli oppositori a questa visione ci fu Alessandro Verri che nel Settecento, sulle pagine della rivista Il Caffè, scrisse: “Se italianizzando le parole francesi, tedesche, inglesi, turche, greche, arabe, sclavone, noi potremo rendere meglio le nostre idee, non ci asterremo di farlo.”

Scrisse proprio “italianizzando”. Infatti, se i puristi condannavano i neologismi e le parole di origine straniera, tutti i più aperti sostenitori della modernità, da Machiavelli a Muratori, da Leopardi a Verri, non pensavano affatto di importare migliaia di parole straniere senza italianizzarle! Nessuno si sognava di fare entrare nel nostro lessico migliaia di forestierismi non adattati.

Oggi i veri conservatori sono gli anglopuristi

Se un tempo i puristi, nel loro difendere e conservare la lingua italiana classica, rappresentavano contemporaneamente un ostacolo all’evoluzione linguistica, oggi chi sta portando l’italiano a chiudersi in sé stesso per diventare la lingua dei morti è rappresentato proprio dai più aperti sostenitori degli anglicismi che vedono come un segno di modernità e di internazionalizzazione. Coloro che Zoppetti definisce “anglopuristi”.